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George Benson – Give Me the Night (1980)La notte in cui il Jazz divenne Pop d’oro


Un bicchiere di limonata a metà, le luci soffuse dello studio e una domanda che ogni critico snob si è posto almeno una volta nella vita: è possibile che un dio della chitarra jazz decida di spogliarsi dell’aureola per far ballare l’intero pianeta senza perdere nemmeno un grammo di classe?

Se vi capita di passare da queste parti, sapete bene che su Noise Verdict non abbiamo alcuna simpatia per i dogmi dei puristi. La musica è carne, ritmo e notte. E nell’estate del 1980, George Benson dimostrò che la notte non apparteneva solo alle discoteche sfacciate della Fine dell’Era Disco, ma poteva trasformarsi nel più elegante dei palcoscenici.

George Benson - Give Me the Night - front cover

Prima che le radio di tutto il mondo venissero travolte dal riff irresistibile della title-track, Benson era già un gigante. Nato a Pittsburgh e cresciuto nel culto di Wes Montgomery, negli anni ’60 e ’70 era semplicemente uno dei chitarristi jazz più veloci, puliti e spettacolari sulla faccia della terra. Aveva registrato con Miles Davis, inciso capolavori Hard Bop per la CTI Records e inventato quel marchio di fabbrica inconfondibile: doppiare con lo scatting vocale gli assoli spaventosi che eseguiva sulla sua Ibanez.

Con l’album Breezin’ del 1976 e la celebre “This Masquerade”, il grande pubblico aveva scoperto che oltre alle dita c’era una voce calda e vellutata. Ma mancava ancora l’alchimia definitiva per il salto nell’iper-spazio.

La Cura Quincy Jones: La Perfezione del Groove

Quell’alchimia arrivò nel 1980 quando Benson unì le forze con il Re Mida della produzione: Quincy Jones. Insieme a loro arrivò Rod Temperton, il genio britannico della penna che stava disegnando la spina dorsale sonora di un giovanissimo Michael Jackson.

Give Me the Night fu il risultato di una precisione chirurgica. La title-track “Give Me the Night” è una masterclass di eleganza urbana. Costruita sulla penna felina di Rod Temperton, parte con quel giro di basso sornione e una sezione fiati affilata come un bisturi. Ma la vera magia sta nel modo in cui Benson si muove sulla traccia: non spinge mai oltre il necessario, usa la voce come uno strumento a fiato e srotola un assolo di chitarra doppiato dal suo scatting che è pura aristocrazia jazz applicata al pop da discoteca. È il brano che ha ridefinito il concetto di “musica da club per adulti”.

Brani come “Love X Love” regalavano una morbidezza R&B da far impallidire qualsiasi produzione dell’epoca. Qui la mano di Temperton tocca vette di perfezione quasi sfacciate. È un brano felpato, avvolgente, guidato da un groove di batteria e percussioni che sembra respirare. Le chitarre ritmiche si incastrano con una precisione geometrica, mentre Benson canta con una morbidezza e una sensualità disarmanti. Non c’è una sola nota fuori posto: è la quintessenza dello smooth-soul anni ’80, quel tipo di brano che ti fa venir voglia di guidare a luci basse lungo la costa mentre la città dorme.

E poi c’è lei, “Star of a Story”. Rivelazione d’obbligo per chi legge queste pagine: se si dovesse scegliere una singola traccia per definire la bellezza pura in musica, questa sarebbe in cima alla lista. È in assoluto il mio brano preferito dell’album, nonché una delle tracce che porto più nel cuore nella mia intera vita da ascoltatore. Scritta originariamente da Rod Temperton per i suoi Heatwave, nelle mani di Benson e Quincy Jones diventa una gemma d’atmosfera irripetibile. L’introduzione di chitarra acustica è di una delicatezza commovente, l’arrangiamento d’archi sembra fluttuare nell’aria e la voce di Benson, trattenuta, intima, quasi sussurrata, tocca corde di una malinconia soffusa che ti si appiccica all’anima. Un capolavoro assoluto e immortale. Ancora un cantante jazz dalla tecnica mostruosa.

Se Star of a Story è il cuore emotivo, “Midnight Love Affair” è il motore notturno che spinge l’album verso la pista da ballo più sofisticata. Un pezzo funk-disco tesissimo, sorretto da una linea di basso pulsante e da un lavoro di tastiere spaziale firmato da Greg Phillinganes. Benson qui torna a graffiare: la ritmica di chitarra è tagliente, le armonie vocali sono un ricamo continuo e il brano trasuda quell’atmosfera da club esclusivo a luci rosse e moquette scura in cui la notte sembra non dover finire mai.

Ah, i puristi del jazz! Quelli che se non c’è un assolo in 13/8 di venti minuti con la tromba sorda, pensano che la musica non abbia dignità. Quella del mio amico è la classica reazione di chi confonde il talento con un recinto. Ma la verità è che per fare quello che ha fatto Benson in ‘Give Me the Night’ serve una classe che il 99% dei musicisti si sogna soltanto.

La Frattura con i Puristi e l’Accusa di “Tradimento”

L’impatto commerciale devastante del disco accese una spaccatura insanabile all’interno della comunità jazz. Se da un lato le radio pop e i club di tutto il mondo trasmettevano i suoi brani a ciclo continuo, dall’altro l’intellighenzia dei critici duri e puri gridò quasi al sacrilegio.

Ricordo ancora nitidamente una discussione accesa con un mio caro amico, appassionato e grande conoscitore di jazz e collezionista maniacale di vinili Hard Bop. Davanti alla copertina luccicante di Give Me the Night, scosse la testa con quell’aria di profonda delusione che solo i puristi sanno sfoggiare: “Benson ha tradito la sua anima”, mi disse. “Ha venduto sei corde d’oro per quattro spiccioli da discoteca e due balletti R&B”.

Era l’accusa tipica di quell’epoca: la convinzione snob che l’accessibilità fosse il nemico mortale dell’arte e che la musica da ballare fosse un genere inferiore rispetto alle strutture complesse e cerebrali dei club sotterranei.

Niente di più sbagliato. La dance music di quel periodo è spesso dotata di una bellezza disarmante e, a un’analisi attenta e priva di pregiudizi, risulta musicalmente molto più elaborata, sofisticata e stratificata rispetto ad altri generi ritenuti ben più “accreditati” dalla critica ufficiale. Dietro la cassa dritta si nascondevano progressioni armoniche audaci, arrangiamenti orchestrali da brivido e una perizia esecutiva che solo musicisti straordinari potevano garantire.

Le sezioni fiati spesso erano scritte da arrangiatori diplomati al conservatorio, bassisti con un timing spaventoso e armonie che molti gruppi rock ‘seri’ non si sognavano nemmeno. Altro che musica di serie B!

La realtà, tuttavia, era immensamente più complessa. Benson non aveva “svenduto” nulla: aveva semplicemente applicato la precisione chirurgica e la classe cristallina del jazz alla grande canzone pop. Non c’era un singolo passaggio ritmico o vocale in Give Me the Night che non trasudasse una tecnica siderale. Semplicemente, invece di srotolare scale velocissime per spaventare i colleghi musicisti in sala, le sue dita lavoravano per far respirare il brano e servire il groove.

Negli anni successivi, attraverso produzioni sempre più levigate come In Your Eyes (1983) e grandi hit da classifica come “Turn Your Love Around”, Benson continuò a camminare lungo quel filo sottile. Agli occhi degli ortodossi era un “caduto”, ma per chiunque sapesse ascoltare senza paraocchi, George rimaneva un dio della chitarra che aveva soltanto deciso di vestirsi con il suo abito da sera migliore per far ballare il pianeta.

Il Verdetto

Anche se può sembrarlo, Give Me the Night non è un compromesso commerciale: è lo stato dell’arte della club-culture raffinata degli anni ’80. È il disco in cui l’arroganza tecnica del jazz incontra la pulizia e il groove del miglior pop mai prodotto. Un album luminoso ed insieme notturno e sofisticato, che non ha perso un solo millimetro di smalto a distanza di oltre quattro decenni.

Voto di Max Noisè: 4.5 / 5

Ascolta “Give Me the Night“

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