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James Taylor – In the Pocket (1976) La macchina del tempo e il mito americano


Ci sono dischi che sono capaci di trasformarsi in macchine del tempo. Ieri sera ho rimesso sul giradischi In the Pocket di James Taylor dopo decenni di silenzio. Un album uscito nel giugno del 1976, quando avevo appena sedici anni, anche se l’ho scoperto davvero solo più tardi, da grande.
Eppure, non appena la puntina ha toccato il vinile, sono stato travolto da un’ondata di sensazioni che credevo sepolte. Mi sono tornati addosso, intatti, i pensieri, le atmosfere e i brividi di quando, ancora adolescente, nella mia cameretta, guardavo oltreoceano e sognavo l’America. Quella terra promessa, un mito fatto di autostrade infinite, tramonti sulla costa ovest e stazioni radio che sputavano capolavori a ogni ora. Un paese immenso, bellissimo, saturo di luce, pieno di gente, di paesaggi infiniti e di musica ad ogni angolo di strada. Una terra vergine, tutta da esplorare e da vivere.

James Taylor - In the pocket - front cover

In the Pocket è la colonna sonora perfetta di quel sogno. Un album patinato, californiano, registrato a North Hollywood con una parata di stelle che sembra la notte dei Grammy. Ma dietro la pulizia formale della West Coast batte un cuore pulsante.

Tra il Sole di L.A. e le Ombre del Cuore

Per capire la pasta sonora di In the Pocket, bisogna immaginare i Warner Bros. Recording Studios a cavallo tra il 1975 e il 1976. James Taylor è all’apice della sua maturità artistica, ma si trova anche a un bivio: questo è l’ultimo album legato al suo storico contratto con la Warner prima del passaggio alla CBS. Forse proprio per questo, i produttori Lenny Waronker e Russ Titelman decidono di confezionare un vero e proprio monumento al West Coast Sound, radunando in studio quella che a tutti gli effetti era l’aristocrazia musicale californiana dell’epoca.

Il disco suona con un’eleganza formale che rasenta la perfezione, ma guai a considerarlo un prodotto freddo o da laboratorio. Sotto la superficie levigata del soft-rock più raffinato si avverte una tensione acustica costante, merito di una sezione ritmica monumentale guidata dal basso profondo di Leland Sklar e dalla batteria millimetrica di Russ Kunkel. Intorno a questa spina dorsale si muove un giro di amici che sembra la notte dei Grammy. Non si tratta di semplici ospitate per gonfiare i crediti sulla copertina, ma di un vero e proprio mosaico di talenti che entrano ed escono dalle tracce per colorarne le atmosfere.

James Taylor - In the pocket - rear cover

C’è un’incredibile coralità che attraversa l’intera scaletta. Le armonie vocali celestiali di Carly Simon, all’epoca sua moglie, si intrecciano con quelle di Art Garfunkel, David Crosby e Graham Nash, creando un muro di voci vellutato che definisce lo spirito di un’intera epoca. Eppure, la meraviglia del disco sta nei suoi contrasti. James Taylor si muove con una disarmante naturalezza tra la solarità radiosa di classici come Shower the People e abissi intimi spaventosamente bui, come il dramma della tossicodipendenza affrontato a viso aperto in A Junkie’s Lament.

C’è spazio per il folk dal sapore marino impreziosito dal mandolino di David Grisman, per il calore del dobro di David Lindley, e persino per una deviazione verso la black music d’autore. Lo dimostra la collaborazione a quattro mani con Stevie Wonder, confermando come In the Pocket sia un album di un’apertura e di una ricchezza straordinarie. È il ritratto di un artista che sa essere leggero senza mai diventare superficiale, capace di stringere tra le mani l’anima profonda e sconfinata dell’America.

Il viaggio comincia sotto la luce abbagliante di “Shower the People”, un classico immortale introdotto da una chitarra acustica scintillante e da un piano Fender Rhodes caldissimo, dove le armonie vocali di Carly Simon si arrampicano in un crescendo corale che è pura California. Ma le luci della costa sanno anche spegnersi all’improvviso. Subito dopo, infatti, l’album scivola nelle ombre di “A Junkie’s Lament”, un pezzo di un’intensità drammatica straziante in cui Taylor affronta a viso aperto il demone dell’eroina; la voce di Art Garfunkel si unisce alla sua in un duetto di una bellezza spettrale, fluttuando sul sussurro cupo di un sintetizzatore Moog.

La vera epifania arriva però con “Money Machine”. Su un testo che ironizza sul consumismo, la band costruisce un groove accattivante che esplode in una coda finale incredibilmente nera e cinematografica: quel tiro di fiati e quella sezione ritmica serratissima richiamano da vicino le atmosfere metropolitane e sfacciate del famosissimo Theme from Shaft di Isaac Hayes. È James Taylor che stringe la mano alla black music, portando la strada dritta dentro il pop d’autore, prima di rilassarsi tra le note pigre di “Slow Burning Love”, cullata dal basso felpato di Willie Weeks, e l’ironico break blues di “Everybody Has the Blues”. Il primo tempo si chiude poi con la malinconia da viaggio di “Daddy’s All Gone”, diario di bordo di un musicista costantemente lontano da casa.

Voltando il disco sul Lato B, l’atmosfera si fa ancora più ricca e sfaccettata, oscillando tra omaggi alla black music e ballate notturne. Con la splendida cover di “Woman’s Gotta Have It”, Taylor prende il classico soul di Bobby Womack e lo reinterpreta con un’eleganza felpata da perfetta West Coast, prima di salpare verso le sonorità folk e marine di “Captain Jim’s Drunken Dream”, dove spiccano il mandolino di David Grisman e i cori accoglienti di Art Garfunkel.

La perla nascosta del secondo lato è senza dubbio “Don’t Be Sad ‘Cause Your Sun Is Down”, un brano scritto a quattro mani con Stevie Wonder che impreziosisce la traccia con un assolo, nascosto, quasi impercettibile, della sua inconfondibile armonica a bocca. Verso la fine, il disco si stringe attorno a ballate acustiche d’altissimo livello: l’emozionante viaggio di “Nothing Like a Hundred Miles”, sorretto dal dobro di David Lindley e dai cori celestiali di Crosby & Nash, e la corale “Family Man”, che vede riuniti al microfono Carly Simon, Bonnie Raitt e Alex Taylor. Il sipario cala infine con la delicatissima “Golden Moments”, dove l’arpa di Gayle Levant chiude il disco con una grazia e un’eleganza d’altri tempi.

La Fine del Mito

Riascoltare In the Pocket oggi, a cinquant’anni di distanza, non è però un’operazione indolore. Quel paese immenso, bellissimo e vibrante di storie che sognavamo da ragazzi, dalle nostre camerette, si è scontrato inesorabilmente con il peso della storia e del presente.

Negli ultimi tempi, quel fascino magnetico che l’America esercitava su di noi è crollato, un pezzo alla volta. Sotto la superficie dorata del mito West Coast sono emerse le fratture profonde di una terra scopertasi drammaticamente intollerante, arroccata su vecchi e nuovi suprematismi, dove i valori democratici sembrano spesso barattati sull’altare del puro tornaconto monetario. L’orizzonte infinito si è ristretto nel cinismo di un mercato che non guarda in faccia a nessuno.

Il crollo di quel mito lascia un senso di vuoto, ma è proprio qui che un disco come questo riprende valore. In the Pocket non è l’America reale di oggi; è la fotografia sbiadita e bellissima di una terra promessa che forse non è mai esistita se non nei nostri sogni e nei nastri della Warner Bros. È il rifugio ideale per trentacinque minuti. Un album leggero ma mai superficiale, che oggi non ci vende più un futuro, ma ci restituisce, intatta, la purezza di quel sogno che facevamo da ragazzi.

Se la radio ieri mi ha salvato dal deserto dei tormentoni, oggi il verdetto è uno solo: comprate questo vinile, spegnete il telegiornale e lasciatevi cullare da quest’onda. Almeno per stasera, da quassù, la vista è ancora straordinaria.

Il verdetto di Noisè: 4,9 su 5

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