Come qualcuno di voi avrà certamente notato, proprio ieri le classifiche globali sono state investite dall’ultimo attesissimo disco della Regina indiscussa della Dance Music e del Pop. Tutto il mondo ne parla. Ma oggi, in direzione ostinata e contraria rispetto alle frenesie dell’algoritmo, io voglio fermarmi e parlarvi di un personaggio che, anche se per un tempo troppo limitato rispetto al suo talento, è stato considerato il vero e unico Re.

Nell’estate del 1987, mentre il pop si baloccava con le batterie elettroniche di Stok-Aitken-Waterman e i riverberi laccati, un venticinquenne nato a Manhattan ma cresciuto in Florida fece il suo ingresso nella storia della musica con l’arroganza dei predestinati. Si faceva chiamare Terence Trent D’Arby e, con una modesta battuta d’arresto alla timidezza, dichiarò alla stampa britannica che il suo disco d’esordio era il lavoro più importante dai tempi di Sgt. Pepper dei Beatles.
La cosa sconvolgente? Quando mettevi la puntina su Introducing the Hardline According to Terence Trent D’Arby, ti rendevi conto che non stava bluffando.
La Tempesta del 1987: Soul, Fecondità e Arroganza
Con oltre un milione di copie vendute nei primi tre giorni solo nel Regno Unito, l’album fu una scossa sismica. D’Arby possedeva una voce sovrannaturale: un registro che poteva graffiare come la cartavetra di James Brown, volare sulle altezze impossibili di Sam Cooke e piegarsi all’eleganza di Marvin Gaye, il tutto condito da un’attitudine rock selvaggia alla Jimi Hendrix.
L’apertura affidata a “If You Let Me Stay” era una frustata di soul moderno e nervoso, ma è con la doppietta micidiale di “Wishing Well” (che scalò le classifiche di tutto il mondo fino al numero uno negli USA) e la struggente “Sign Your Name” che il disco toccò la perfezione pop. C’era un’energia primordiale in brani come “Dance Little Sister”, un funk felino e aggressivo che faceva impazzire i club, affiancato alla delicatezza quasi spirituale della cover di “Who’s Loving You” di Smokey Robinson, cantata a cappella per dimostrare che non c’era nessun trucco di produzione dietro quel talento spaventoso.
Il pubblico era in estasi, la critica lo incoronò nuovo re del soul-pop. Ma la gabbia del successo mainstream e le pressioni soffocanti della Columbia Records stavano già scavando un solco incolmabile tra l’uomo e la sua musica.
Il Crollo, la Mutazione e l’Ingresso in Italia

Dopo aver pubblicato lavori sempre più complessi, cerebrali e deliberatamente distanti dalle logiche commerciali, come l’incompreso capolavoro Neither Fish Nor Flesh (1989), Terence Trent D’Arby prese una decisione radicale. Dichiarò morto il personaggio che il marketing globale aveva costruito per lui e, all’inizio degli anni Duemila, adottò ufficialmente il nome di Sananda Maitreya a seguito di una serie di visioni e di una profonda crisi spirituale.
Ma il vero colpo di scena della sua seconda vita è stato il legame viscerale e profondo con l’Italia. Sananda ha scelto Milano come sua nuova patria emotiva e artistica. Si è sposato con una giornalista italiana, ha fondato la sua etichetta indipendente (la Treehouse Publishing) e si è insediato nel nostro panorama culturale in modo unico: non come una gloria straniera in pensione, ma come un artista indomabile in permanente stato di ricerca.
In Italia, Sananda ha trovato quella libertà che l’America degli anni ’80 gli aveva negato. Ha pubblicato decine di album monumentali attraverso il suo concetto di Post-Millennium Rock, ha collaborato con artisti nostrani (straordinaria e iconica la sua apparizione al Festival di Sanremo nel 2008 con le Vibrazioni, oltre alle collaborazioni con Zucchero e altri big), partecipando a programmi TV, concerti e festival con un carisma rimasto del tutto intatto. Vedere una leggenda di quella caratura girare per i canali di Milano, parlare un italiano affascinante infarcito di visione cosmica e continuare a suonare ogni singolo strumento nei suoi dischi è uno dei cortocircuiti più belli della nostra storia discografica recente.
Il Verdetto
Ascoltare oggi Introducing the Hardline According to Terence Trent D’Arby significa testimoniare il momento esatto in cui un meteorite ha attraversato il cielo del pop. È un disco stellare, perfetto nella sua produzione e devastante nella sua carica interpretativa.
Oggi sappiamo che quel successo spaventoso era solo il primo capitolo di una vita tormentata e bellissima, culminata nella rinascita di Sananda Maitreya a casa nostra. Ma le undici tracce di questo esordio restano pietre miliari irripetibili. Un vinile da possedere assolutamente, per ricordarci di cosa succede quando il talento puro rifiuta di scendere a patti con il mondo.
Voto di Max Noisè: 4.8 / 5








