La musica, quella vera, non si ascolta soltanto…


…si guarda.

C’era una volta… un’estate romana, una cavea sotto le stelle e un pianoforte pronto a raccontare storie. Tanto tempo fa, ma ancora vivido nella memoria, ho assistito a un concerto che, senza troppe pretese iniziali, si è trasformato in un piccolo viaggio emotivo. Sul palco: Stefano Bollani, l’orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia, e la rassegna “Luglio suona bene” a fare da cornice. Il luogo? La cavea dell’Auditorium Parco della Musica. Suggestivo già solo a dirlo.

Ora, sia chiaro: non sono un critico musicale né un esperto di sinfonie, arpeggi e controtempi. Ma so riconoscere quando qualcosa mi smuove dentro, e quella sera, beh, è successo. I brani in scaletta erano quattro: due li conoscevo bene, due sono arrivati come ospiti inattesi. E sono quelli che, spesso, lasciano il segno più profondo.

Si è cominciato con Morphic Waves, composizione del contemporaneo Joey Roukens. Una lunga onda sonora di 23 minuti che si espandeva, si contraeva, cresceva e si acquietava, sorretta da violini in apnea e dinamiche orchestrali ipnotiche. Quello che mi ha davvero colpito, però, è stato il direttore d’orchestra. Mentre la musica sembrava lenta, quasi liquida, le sue mani battevano il tempo con un’energia che contrastava nettamente con ciò che sentivo. “Ma che succede?”, mi chiedevo. Poi ho capito: quelle battute veloci erano il cuore nascosto del brano, il battito incessante che generava ogni piccola increspatura. Era come osservare il mare: in superficie, onde dolci; sotto, correnti inquiete. Solo “guardando” il brano, più che ascoltandolo, ho potuto cogliere davvero la sua complessità.

Il secondo brano è stato il Concerto Azzurro di Stefano Bollani. Lo conoscevo, o almeno in parte: anni fa avevo ascoltato il terzo movimento durante una registrazione televisiva, eseguito dalla JuniOrchestra (sì, proprio quella dove suonano bambini e ragazzi tra i 4 e i 23 anni, incredibile, vero?). Ma sentirlo dal vivo, con Bollani sul palco, è stato un altro pianeta. Più che suonare, giocava: dialogava col direttore Kristjan Järvi come due bambini geniali che si fanno i dispetti a colpi di talento. E alla fine del brano… colpo di scena! Bollani si lancia in una jam spensierata, infilando citazioni musicali come caramelle tra le dita, mentre Järvi lo incita a colpi di pacche sulle spalle. Uno spettacolo nello spettacolo.

E poi, Rapsodia in Blue e Un americano a Parigi di George Gershwin. Qui entriamo nel territorio delle emozioni personali. Rapsodia in Blue è un vecchio amore: da ragazzo la ascoltavo a ripetizione grazie a un cofanetto di “Selezione dal Reader’s Digest” (chi se lo ricorda?). Il vinile lo consumai a furia di ascolti. Riascoltarla ora, con Bollani al pianoforte, è stato come ritrovare un amico d’infanzia diventato un artista di strada: sempre lui, ma con nuovi colori addosso. Le note uscivano dal piano come fiumi in piena, brillanti, vivaci, e sempre leggere. Magia pura.

E alla fine, mentre tornavo a casa, felice e un po’ sospeso, ho avuto una piccola rivelazione: la musica, quella vera, non si ascolta soltanto… si guarda. Si vive. Nessun impianto hi-fi potrà mai restituirti lo sguardo complice tra un direttore e un solista, le dita che corrono veloci, il sorriso ironico che scocca tra una battuta e l’altra. Nessuna cuffia, nemmeno la più sofisticata, potrà restituirti quella sensazione di essere lì, dentro il suono.

Forse è il momento di rivedere le mie priorità: basta playlist da salotto. È ora di tornare a cercare la musica… dal vivo. Vado a controllare il calendario dei concerti.

E questa volta, ci vado con gli occhi ben aperti.


Foto per gentile concessione di © Musacchio, Ianniello, Pasqualini, 05-07-2017 e Accademia Nazionale di Santa Cecilia Roma