Omaggio a “the voice”


Gianluca Guidi/Sinatra The Man & His Band

Prosegue la lunga tournée italiana, diluita in quasi 2 anni e mezzo, in cui Gianluca Guidi, unendo canto e recitazione, ripropone in gradevoli spettacoli l’eccellenza di Frank Sinatra. Un autentico tributo a “the voice”, la voce del ‘900, per antonomasia.

Guidi-Sinatra foto 1

Sono andato a assistervi al teatro CIAK per un nuovo passaggio a Roma, prima delle prossime 2 date in programma, a Firenze (27 gennaio) e a Latina (22 febbraio).

Sono pure recidivo per questo tipo si spettacolo, avendo assistito vari anni fa, al teatro Sistina, ad una versione più istrionica, costruita e proposta da Christian De Sica.

Gianluca Guidi, senza girarci troppo intorno, è anche lui figlio d’arte (Johnny Dorelli) e propone uno show basato sul buon gusto, su una discrezione ormai rara, e si cimenta in un teatro-canzone, ben in equilibrio tra l’interpretazione degli evergreen della musica leggera, il racconto di aneddoti legati ai brani, mai troppo prolissi o didascalici, e un paio di garbate ed affettuose citazioni del padre, che negli anni ’60 fu certamente uno dei cantanti italiani più nella scia del fuoriclasse italoamericano, di cui ripropose più volte le canzoni con testi tradotti (“Solo più che mai…” in luogo di “Strangers in the night…”).

Guidi si presenta in tenuta disinvolta: un blazer su camicia bianca, jeans e scarpe da ginnastica, e mette in naftalina i tuxedo degli innumerevoli spettacoli di Sinatra a Las Vegas, con Sammy Davis Jr. e Dean Martin.

Si dimostra capace intrattenitore, che porge con naturalezza gag e battute, sicuramente in copione, ma ne rende credibile l’apparente improvvisazione a contatto col pubblico. Diviene a tratti esilarante, come nel raccontare l’avventura americana avviata dal nonno nell’immediato dopoguerra o nel presentare la propria famiglia paterna, allargatissima: oltre al ricordo della madre Lauretta Masiero e della prima moglie del padre, Catherine Spaak, madre di un fratello, la famiglia di oggi era anche ampiamente rappresentata tra il pubblico in sala, con l’attuale moglie Gloria Guida, e relative figlia e nipote.

Ho trovato fin troppo discreto il ricordo dei meritati successi del padre, elegante e raffinato crooner, o “cantante confidenziale”, come veniva classificato al tempo, trascurandone la carriera anche di presentatore (Canzonissima, Gran Varietà) e di attore leggero e, soprattutto, la vittoria a Sanremo, da debuttante, in coppia con Domenico Modugno, col rivoluzionario “Nel blu dipinto di blu”, il brano che abbandonava la canzone su cuori infranti, mamme e vecchi scarponi, per divenire onirica, psichedelica ante-litteram, e sigla d’apertura di un boom in cui l’Italia avrebbe volato per un decennio purtroppo ormai troppo lontano. Unica concessione, in affettuoso omaggio, è la proposta de “L’immensità”, il bel testo di Mogol proposto in coppia con l’autore Don Backy a Sanremo ’67, quello del gesto estremo di Tenco, per intenderci.

Il racconto che separa i brani omette certe amicizie chiacchierate e i critici passaggi vissuti da Sinatra nel resistere ai cambiamenti delle mode, a metà anni ’50 con l’ascesa del rock’n’roll di Elvis Presley e, nel decennio successivo, con l’esplosione della beatlemania.

Il repertorio delle canzoni proposte è composto quasi tutto da hit immortali e, intendiamoci bene, Guidi non ne fa un’imitazione da karaoke ma neanche si può porre in competizione col riferimento. Molto diverso è il timbro della voce, che tanto è nasale, yankee e graffiante quello di Sinatra della maturità, incrostato di sigarette e whiskey, tanto è profondo, caldo, levigato e perbene quello di Guidi, inconfondibilmente caratterizzato dal DNA paterno.

L’esibizione vocale è sostenuta da un eccellente trio di maestri jazz (Stefano Sabatini al piano elettrico; Dario Rosciglione al basso e Marco Rovinelli alla batteria), una scelta di produzione magari obbligata ma che ben sottolinea l’interpretazione intimista dei brani, che prende bene le distanze dalle versioni più pirotecniche dell’originale americano, spesso sostenute da grandi orchestre, tra cui quelle guidate da Count Basie o da Quincy Jones. Nel bis Guidi azzarda il virtuosismo, cimentandosi in un medley “a cappella”, accompagnato dalla sola batteria a dare il groove, e si congeda tra il palpabile apprezzamento del pubblico.