Michael Franks: L’arte del sussurro tra One Bad Habit, Objects of Desire e Passion Fruit

Nel 1980 avevo vent’anni. Acquistai One Bad Habit di Michael Franks in un emporio di paese che vendeva un po’ di tutto, dalle pentole alle scarpe. Lo comprai a scatola chiusa, senza averne mai ascoltato una nota, per un’ispirazione al buio di cui oggi non ricordo nemmeno il motivo.

Fu un colpo di fulmine immediato.

I miei amici di allora mi prendevano in giro, liquidandolo come un disco soporifero. Ma io ci trovavo dentro un’atmosfera calma, felpata, eppure tutt’altro che monotona. Del resto, i miei gusti sono sempre stati parecchio distanti da quelli della massa. In casa mia e nelle mie cuffie c’è sempre stato posto per tutto, da Beethoven ai Deep Purple, ma con una spiccata predilezione per ciò che usciva dai binari più battuti. Andavo pazzo per la complessità dei Gentle Giant, la forza visionaria dei Jethro Tull o le trame dei Nucleus; adoravo Santana e i Deep Purple, ma non sono mai riuscito a farmi piacere i Led Zeppelin, così come ho riscoperto The Who soltanto in anni più recenti. Ciò che ascoltavano tutti, semplicemente, a me spesso non faceva alcun effetto.

E in quel 1980 così rumoroso, il sussurro di Michael Franks rappresentava esattamente la mia idea di “diverso”.

L’Intellettuale che Scriveva da Cantautore

Per comprendere il valore di quei dischi bisogna ricordare che Michael Franks non è mai stato una popstar d’assalto. Con una laurea in Letteratura Inglese e un background accademico, Franks è uno dei rari esempi di vero cantautore jazz. A differenza di molti colleghi che interpretavano standard o brani firmati da terzi, Franks ha sempre scritto da solo sia la musica che i testi.

I suoi testi sono autentici piccoli rebus poetici, ricchi di ironia, citazioni pittoriche e raffinati giochi di parole. Non cerca l’urlo o il vocalizzo acrobatico: usa un crooning felpato, sottile e confidenziale, lasciando che siano la precisione della parola e la nobiltà degli arrangiamenti a fare il lavoro.

Michael Franks - One Bad Habit - Cover

1980: One Bad Habit – L’Eleganza Metropolitana

Prodotto da Tommy LiPuma e Andre Fischer, One Bad Habit è una lezioncina di grazia e misura urbana, dove gran parte del merito va a una squadra di session-men leggendari, da Don Grolnick a Hugh McCracken, fino a Rick Marotta, Larry Carlton e Neil Jason, capaci di suonare quasi in presa diretta e confezionare tre perle assolute.

Il percorso parte con “Baseball”, uno degli esempi più brillanti delle sue liriche colte: Franks prende lo sport nazionale americano e lo trasforma in un’allegoria delle dinamiche di coppia, usando il gergo tecnico per creare doppi sensi linguistici surreali.

Canta infatti

I am home in the dome
When you give me a sign
Getting hit in the mitt
Has been my design…

dove il dome richiama l’Astrodome e l’intimità domestica, mentre il mitt (il guantone) e il sign (il segnale segreto del catcher) diventano i codici della seduzione, il tutto sorretto dal Fender Rhodes di Don Grolnick e dalla chitarra di Hugh McCracken su un tempo di samba moderato.

A chiusura del lato A troviamo poi “Lotus Blossom”, il vertice lirico dell’album e uno dei pezzi più commoventi dell’intera discografia di Franks: qui la voce si abbassa a un soffio, mentre il pianoforte di Grolnick e gli archi maestosi curati da Claus Ogerman avvolgono la melodia come una nebbia leggera su un lago giapponese.

Infine, aperti i solchi del lato B, esplode la bellezza di “Still Life”, un brano che gioca con la pittura della natura morta trasformandosi in una poesia immobile di rara eleganza, con il flauto e il sax di George Young che dialogano con la voce di Franks sulle percussioni calde del maestro brasiliano Paulinho Da Costa.

Michael Franks - Object of Desire - Cover

1982: Objects of Desire – Il Laboratorio di Transizione

Nel 1982 si inserisce l’anello di congiunzione fondamentale di questa trilogia, Objects of Desire.

Prodotto nuovamente da Michael Franks insieme a Michael Colina, il disco rappresenta il vero “laboratorio” in cui l’asfalto metropolitano inizia a tingersi di colori tropicali e il suono si scalda, facendosi più ritmico per anticipare le strutture che esploderanno l’anno successivo.

Lo si intuisce subito in “Jealousy”, una traccia sorniona e percussiva in cui Franks smonta uno dei sentimenti più tossici dell’essere umano con la consueta leggerezza e un tiro ritmico irresistibile.

Con “Tahitian Moon” arriva poi la prima vera dichiarazione d’intenti del suo nuovo corso esotico: tra percussioni soffici, flauti d’ambiente e un clima sognante, Franks spalanca le porte al viaggio geografico, portando l’ascoltatore dalle strade americane direttamente verso l’Oceano Pacifico.

A chiudere il cerchio interviene la raffinatissima “Ladies’ Nite”, dove l’uso dei fiati e i cori felpati sostengono una narrazione urbana che inizia già a respirare un’aria più calda e internazionale.

In Objects of Desire, Franks saggia così nuove soluzioni sonore, preparando il terreno per la definitiva svolta caraibica.

Michael Franks - Passon Fruit - Cover

1983: Passion Fruit – I Tropici e il noir di “When Sly Calls“

Con Passion Fruit (1983) la metamorfosi giunge a compimento. La regia passa a Rob Mounsey e il disco si fa colorato, percussivo e dichiaratamente cosmopolita.

Tra i brani spicca l’ironia di “Amazon”, dove Franks gioca di nuovo con la lingua da par suo:

“I’m in the Amazon
With my pajamas on…
I find it so hard to relax
When every tree trunk is an axe.”

Un gioco di rime surreale (Amazon / pajamas-on) abbinato al doppio senso di axe (che in inglese significa “accetta”, ma nel gergo jazz indica lo “strumento musicale”), trasformando la foresta in un luogo ambiguo tra natura e tensione sonora.

Ma il vero pezzo da novanta dell’album, la traccia che spicca sopra tutte, è “When Sly Calls”.

Il brano è una dedica a Sly Dunbar, leggendario batterista e produttore giamaicano (del duo Sly & Robbie). Franks costruisce un piccolo noir tropico-metropolitano sulle telefonate improvvise e notturne di questo personaggio elusivo e magnetico, che chiama a orari improbabili da Kingston o Londra per proporre session ad alto tasso di adrenalina. L’atmosfera si fa ancora più autentica grazie all’inserimento, proprio nel brano, del campionamento audio originale di una vera telefonata di Sly, la cui voce gracchiante attraverso la cornetta rende la narrazione quasi tangibile. Musicalmente è un capolavoro di tensione: un giro di basso dub/reggae-fusion elastico e ipnotico, fiati sincopati e la voce di Franks che racconta la storia come un segreto confessato a luci basse.

Il Verdetto di Max Noisè

Riascoltata oggi nella sua interezza, la trilogia composta da One Bad Habit (1980), Objects of Desire (1982) e Passionfruit (1983) appare come un blocco monolitico di pura classe. A distanza di oltre quattro decenni da quel giorno in cui acquistai il primo vinile in un negozio di pentole e scarpe, questi lavori non hanno perso un solo millimetro del loro smalto.

I miei amici di allora ci vedevano la noia; io ci vedevo, e ci vedo tuttora, l’arroganza della classe al servizio della canzone. Michael Franks ha dimostrato che per lasciare un segno indelebile nella storia della musica non serve urlare: basta saper sussurrare la parola giusta, accompagnati dai migliori musicisti che il pianeta possa offrire.

Voto al ciclo (Franks 1980-1983): 4.5 / 5(o ★★★★☆½)

Ascolta “One Bad Habit“

Apple_Music_Icon
Spotify_Icon
Tidal_Icon
Qobuz_Icon
YouTube_Music_Icon
Amazon_Music_Icon

Ascolta “Objects of Desire“

Apple_Music_Icon
Spotify_Icon
Tidal_Icon
Qobuz_Icon
YouTube_Music_Icon
Amazon_Music_Icon

Ascolta “Passion Fruit“

Apple_Music_Icon
Spotify_Icon
Tidal_Icon
Qobuz_Icon
YouTube_Music_Icon
Amazon_Music_Icon