Fermi tutti!
Prima di mettere la puntina su quest’ultimo lavoro e sparare la nostra sentenza, dobbiamo capire dove nasce questo terremoto. Perché quando la Signora Ciccone decide di fare un seguito a uno dei suoi dischi-simbolo, non è mai un’operazione nostalgia a buon mercato. C’è un motivo preciso, una rabbia o una fame che l’ha spinta a riaprire quel confessionale.

Dopo la parentesi complessa e urbana di Madame X (2019) e il lungo periodo dedicato alla cura del suo monumentale The Celebration Tour tra il 2023 e il 2024, Madonna si è trovata di fronte a un bivio esistenziale ed estetico. Durante il tour mondiale, celebrando 40 anni di carriera ogni sera davanti a stadi esauriti, ha riassaporato la potenza catartica della sua musica da club e la connessione fisica e primordiale con la pista da ballo.
Ma a spingerla in studio per questo nuovo progetto sono state due forze precise: la rivendicazione dell’autenticità nell’era dell’IA e del pop usa-e-getta e il ricongiungimento con lo “Spirito del 2005”.
In un panorama musicale saturo di brani da 2 minuti costruiti per i balletti di TikTok, Madonna ha sentito l’esigenza di tornare a fare “musica da ballare per adulti”: tracce estese, pulsanti, prodotte con synth analogici, basso cavalcante e una scrittura vera.
La molla è scattata quando ha ricominciato a collaborare in studio con i produttori e DJ che avevano definito l’epoca d’oro della dance sofisticata (tra cui i richiami al lavoro storico fatto con Stuart Price e le nuove leve della club culture europea). Il disco è nato nell’arco di un anno di sessioni notturne a Londra e New York, lavorato con la cura artigianale di chi vuole dimostrare che la dance music non è un genere minore, ma una forma d’arte e di redenzione.
Perché questo Titolo? Il Peso del Romanico “II”
La scelta di intitolare l’album Confessions II è un atto di sfida sfacciato e ponderato.
Confessions on a Dance Floor fu il disco della sua rinascita assoluta dopo le polemiche di American Life. Fu l’album che dimostrò al mondo che una donna vicino ai cinquant’anni poteva dominare le classifiche globali facendo ballare l’intero pianeta (grazie a capolavori come Hung Up e Sorry). Richiamare quel titolo vent’anni dopo significa dichiarare apertamente: “Sto tornando in quel preciso confessionale, ma con vent’anni di cicatrici e saggezza in più”.
Se il primo capitolo era la confessione di una stella del pop che cercava la salvezza e il perdono attraverso il ritmo, Confessions II sposta l’asse. Non è più la ricerca di un’assoluzione, ma una vera e propria dichiarazione di libertà: le “confessioni” di oggi riguardano la carne che invecchia, il desiderio che non si spegne, la solitudine della corona e il rifiuto sdegnoso di farsi mettere da parte dalla società patriarcale.
Il titolo ribadisce la filosofia guida di Madonna: la pista da ballo è l’unico confessionale laico dove non serve inginocchiarsi davanti a un sacerdote, ma basta perdere il controllo per ritrovare se stessi.
Eccola qui la chiave. Questo non è un appunto da giornaletto di costume, è la crepa da cui passa tutta la luce. Chi ci vede solo i lustrini e la cassa in quattro non ha capito niente. Il confessionale non è una discoteca con le luci stroboscopiche: è un posto buio dove vai a fare i conti con quello che hai combinato quando la musica si spegne.
Ma c’è una trappola sottile in cui cade chiunque abbia dominato il mondo per quattro decenni: convincersi che basti riaprire la porta del proprio capolavoro per rievocare lo stesso demone.
Chiunque abbia amato davvero Confessions on a Dance Floor del 2005, ed io l’ho amato e lo amo tutt’ora, sa benissimo che non si trattava semplicemente di un disco per far muovere il bacino nelle discoteche di mezza Europa. Sotto quella cassa in quattro tambureggiante e l’eleganza retro-futurista di Stuart Price, batteva un cuore notturno, amaro, venato di solitudine. Era una vera e propria liturgia di espiazione. La confessione di una stella del pop che, con le luci stroboscopiche puntate addosso e il buio dentro, cercava il pentimento per i propri peccati e una salvezza impossibile a colpi di ritmo.
Ventun anni dopo, Madonna torna in quel preciso confessionale con Confessions II. E il motivo è fin troppo evidente: la Regina del Pop vuole riprendersi lo scettro.
La Gabbia d’Oro e la Doppia Operazione Nostalgia
Ma la sua si rivela un’operazione nostalgia elevata al quadrato: non più soltanto il recupero della disco anni ’70 e del synth-pop anni ’80 come fu nel 2005, ma la nostalgia di se stessa, la rincorsa affannosa al proprio mito.
Dal punto di vista formale, l’album è molto bello e inattaccabile. È un disco curatissimo, impeccabile nei suoni, bilanciato al millimetro, monumentale come solo una produzione marchiata Madonna sa essere. I synth analogici pulsano con precisione chirurgica, i passaggi tra i brani cercano di ricreare quel flusso continuo da DJ set che rese leggendario il primo capitolo, e la confezione luccica come un gioiello appena uscito dalla vetrina di una gioielleria di Fifth Avenue.
Eppure, man mano che le tracce scorrono, quello che emerge è un tentativo più disperato che brillante.
Manca la Luce nel Buio: Il Verdetto
La differenza fondamentale sta tutta nella temperatura emotiva. Se il primo Confessions era un diario intimo scritto di notte sul retro di un club, Confessions II suona come una grandiosa operazione di restauro museale. Non si avverte mai quella tensione viscerale, quell’odore di asfalto bagnato, di colpa e di vera fragilità che rendeva brani come Forbidden Love o Get Together, che io ritengo il migliore del disco e uno dei migliori brani dance mai concepiti, dei monumenti di malinconia danzabile.
Qui Madonna non si sta confessando: sta rivendicando una corona che sente scivolare via. E nel farlo, finisce per costruire un lavoro tecnicamente ineccepibile ma emotivamente arido, dove il calcolo produttivo soffoca la magia del momento.
Confessions II è un bel disco di maniera, che piacerà ai nostalgici e riempirà le playlist estive. Ma la vera grazia di vent’anni fa, quel buio denso in cui una regina si spogliava dei suoi abiti per chiedere pietà alla pista da ballo, è rimasta chiusa dentro quel vecchio vinile del 2005.
Voto di Max Noisè: 3.5 / 5







