Quando un lettore propone un progetto: un diffusore da discutere insieme


Pubblichiamo con piacere la lettera di un nostro lettore, e amico, che ci ha chiesto espressamente di realizzare e pubblicare un progetto dedicato a un sistema di altoparlanti molto specifico.

Abbiamo deciso di accogliere la richiesta perché riteniamo che questo contributo sia interessante sotto più punti di vista: non solo per le riflessioni contenute nella lettera, ma anche per lo spunto progettuale che propone, che potrebbe aprire una discussione stimolante tra gli appassionati.

Siamo curiosi di conoscere il vostro parere.

Vi invitiamo a partecipare alla discussione nei commenti sui post pubblicati sulle pagine Facebook e LinkedIn di BassDesigner.

Caro BassDesigner,

mai avrei immaginato, oltre quarant’anni dopo, di scrivere una lettera a tema audio per esprimere a qualcuno di competente lo stupore di chi cerca, e non trova, sul mercato un apparecchio che invece dovrebbe esserci. All’epoca fu “audio del povero”: ci si chiedeva come mai sulle riviste (anzi, sulla rivista per eccellenza, AUDIOreview) non si provassero mai apparecchi poco costosi, probabilmente i più competitivi nel rapporto prestazioni/prezzo. Però gli amplificatori, i sistemi di altoparlanti e le sorgenti c’erano: andavi in negozio, guardavi, ascoltavi i pareri e mancavano solo le misure, quelle arrivavano con le riviste del settore.

La vicenda odierna è questa. Un amico chiede un parere su un preventivo per l’upgrading di un impianto teoricamente Home Theater, ma in pratica dedicato alla musica lirica. Riceve una proposta da oltre 4.000 euro, di cui 1.500 di manodopera e 800 per l’acquisto di un sistema di altoparlanti neomarchio presentato come prestigioso, un modello di quelli che oggi chiamano “torre” ma che all’epoca avremmo definito “sistema da pavimento”, più una serie di ammennicoli vari per soddisfare le solite fissazioni tipo “telecomando unico”, canali posteriori miracolosi, eccetera.

Naturalmente non riesco a non fargli notare che possiede già il cuore dell’impianto: un sintoamplificatore in grado di gestire tutto (ingressi audio-video digitali, uscite amplificate, automazioni per il proiettore). Gli spiego che l’unica spesa sensata per avere qualcosa che funzioni veramente riguarda un sistema di altoparlanti capace di reggere il passo con la lirica e, soprattutto, posizionato correttamente: non sull’armadio, non per terra, non nascosto. E qui cominciano i guai perché, lo sappiamo tutti, la normalità della riproduzione audio si scontra con le fissazioni estetiche sulla bellezza o la bruttezza dei cavi… non ne voglio discutere più.

Quindi, per farla breve, i vincoli sono stringenti: altezza inferiore agli 85 cm, colore bianco, cavi invisibili e costo pari a quello proposto inizialmente (altrimenti siamo bravi tutti). La prima tentazione è stata: “Vabbè, te le costruisco io apposta per il tuo ambiente” (che poi è particolare, in una palazzina significativa… era stimolante) ma poi bisogna fare i conti con la realtà: con 800 euro un sistema custom, fatto bene, esteticamente interessante e garantito, non si può realizzare. Allora gli dico: “Vabbè, ci sarà pur qualcosa di papabile sul mercato; è un po’ che non seguo quotidianamente ma mi metto alla ricerca e ti faccio sapere”.

Mettersi alla ricerca di un prodotto hi-fi nel 2026 significa cliccare. Nel 1986 c’erano fior di annuari, meta-cataloghi con tutti gli apparecchi distribuiti in Italia, le “Pagine Gialle” dell’hi-fi. Nel 1990 è arrivato il più completo di tutti, un db Paradox stampato su carta. Non potevi fare ricerche testuali o filtrare per dimensioni e serviva pazienza ma le informazioni c’erano tutte. Oggi che quel db si potrebbe fare direttamente su internet, oggi che una tabella filtrabile si potrebbe creare in un attimo con l’intelligenza artificiale, gli annuari non esistono più, né cartacei né digitali. Esistono i siti dei distributori, qualche negozio, qualche venditore ma niente di organico, strutturato e soprattutto controllato, certificato da terze parti.

Ma non mancano solo gli annuari: non ci sono più nemmeno le riviste. L’idea di comprare una rivista cartacea è diventata improponibile: lo spazio in casa degli appassionati, i ventenni degli anni ottanta, è finito da anni e oggi il ritardo dovuto alla stampa è semplicemente inaccettabile, senza senso. Una testata che sia agilmente cartacea (usa e getta) e digitale non esiste, siamo inchiodati al passato dicotomico in cui le due cose si escludono e nessuno rinuncia ai quattro spicci della vendita carta coi quali sopravvive da una vita.

E allora che si fa? Si perde una giornata a interrogare Gemini, l’unico simulacro di commesso preparato e indipendente (in mancanza degli ingegneri al banco di misura…) rimasto, e si scopre che in Italia il mercato dei diffusori è quasi evaporato. Non ci sono più le decine di marchi a cui eravamo abituati, legati ai cluster musicali: il “suono inglese”, la “West Coast” americana, i raffinati italiani, i teutonici scintillanti. Manca il caleidoscopio estetico e tecnico: oggi, come per le auto, i sistemi si somigliano tutti, sono tutti esteticamente asettici e (apparentemente) perfetti, come le automobili cinesi. Si producono essenzialmente due tipologie: il sistema “da scaffale” col wooferino da 13 cm e la cosiddetta “torre”, in pratica un sistema da scaffale, allungato con l’aggiunta di altri due o tre wooferini, magari in configurazione “due vie e mezzo” che sa di minchiata. È come andare dal fornaio: mezzo filone nei giorni feriali, tre quarti nel weekend.

D’accordo, sto estremizzando per riderci su, esistono anche i woofer da 16 cm (!), ma è chiaro che non esiste più varietà e l’esoterico ascolto del microdettaglio cerebrale non ha più la pezza d’appoggio delle mani esperte d’oltremanica,. Se poi aggiungiamo le prestazioni, diventa un dramma. I miei 85 cm di limite in altezza (per permettere l’apertura della finestra) sono troppi per un mini-diffusore su piedistallo, che non ha senso per la lirica in un salone, e sono troppo pochi per una “torre standard” decente.

Quanti sistemi non a forma di torre esistono intorno agli 800 euro, a tre vie, con un woofer vero da almeno 20 cm e un tweeter a cupola che non svapori in una nube bianca al primo acuto? Dalle mie ricerche: uno e con l’aspetto di un sistema da scaffale anni 70, vivaddio. Quello devi prendere, di un marchio che quarant’anni fa nessuno avrebbe considerato seriamente, ma che oggi è il faro del mercato italiano. Grazie al sito del produttore, riesco a leggere il PDF con la prova strumentale della vecchia AUDIOreview (il che mi spingerebbe a ribadire alla rivista di entrare nel nuovo millennio, ma davvero non ho più voglia di lottare contro i mulini a vento) e mi accorgo di una cosa: si tratta di un prodotto minimale. La qualità dei componenti è accettabile e il progetto è semplice, i tre altoparlanti sono allineati verticalmente e la MOL (Maximum Output Level) in ambiente è decente. Fino a un certo punto, però: poi arriva il tweeter. È evidente che quel tweeter al neodimio, grande come un Formaggino Mio, non regge il confronto con gli altri driver. È una scelta di economia deliberata per differenziare il prodotto dai modelli superiori perché lo stesso marchio ha in catalogo “torri” con tweeter ben più capaci.

In conclusione: proporrò all’amico questo “cassone” poco elegante e per nulla bianco. Almeno l’orchestra e le voci maschili avranno un corpo e una distorsione accettabile. Ma mi chiedo: vista la scarsità di “prodotti decorosi” (citando un grande vecchio dell’hi-fi) a prezzi umani, visto che non ci sono a disposizione decine di sistemi con altoparlanti diversi e quindi non si può più scegliere per prestazioni, perché non studiare dei kit di modifica che vadano a tappare i buchi lasciati apposta dai costruttori per motivi di marketing o di segmentazione della gamma?

FR


Una risposta a “Quando un lettore propone un progetto: un diffusore da discutere insieme”

  1. Avatar Francesco Sorino

    La lettera argomento del thread trasferito ai social network vuole stimolare la possibilità che dei probiviri mettano a punto un kit di upgrade, di questo e di altri prodotti perfettibili, ed al limite lo commercializzino, sotto forma di componentistica sostitutiva e di istruzioni esecutive alla portata anche di chi non abbia competenze elettroacustiche, ma almeno in grado di manovrare un cacciavite e delle pinze senza farsi male.
    Quindi l’onere dell’investimento dello sviluppo prototipale (acquisto, progetto dell’upgrade, misure di verifica e documentazione, stesura della guida esecutiva, confezionamento, commercializzazione) se lo accollerebbe qualche animo imprenditoriale per renderlo disponibile a molti (quanti?) affrancandoli dagli sbattimenti del caso, ma probabilmente perdendo qualsiasi competitività economica. Facilmente il kit costerebbe 10 volte il prezzo del componente sostitutivo ed avrebbe impatto inaccettabile sul prezzo del prodotto originale che, violato, rischierebbe pure di perdere rivendibilitá e valore residuo.
    Anche considerando che un tale kit risulterebbe molto più accessibile ed appetibile dell’intera autocostruzione di un 3vie, specialmente se offerto con kit all-in-box, resta il problema che le esigenze “custom” sono le più disparate. Verrebbe sempre fuori chi la vuole cotta, chi la vuole cruda, chi la vuole così e così. Uscirebbero i soliti cacadubbi a suggerire l’upgrade del kit di upgrade, e così via, ed altri sosterrebbero che i probiviri autori del kit non ci capiscono nulla e che sono piazzisti di marchi sodali.
    L’audio è un mondo complicato.
    Proudly written without AI