Santana: dal latin rock alla ricerca interiore


Da tempo mi portavo dentro il desiderio di scrivere di quello che, per me, resta il vero “periodo d’oro” di Carlos Santana. Un pensiero silenzioso, rimasto lì, accantonato tra le urgenze quotidiane e le promesse fatte a me stesso e mai mantenute. Poi è successo qualcosa di semplice, quasi banale, ma capace di rimettere tutto in moto. Pierfrancesco, amico e compagno di strada di un’altra vita editoriale, si è imbattuto in alcuni commenti dispersi tra i gruppi musicali che frequenta su Facebook. Da lì, la richiesta inattesa: scrivere qualcosa su Santana. A quel punto non ho avuto scelta. Ho colto l’occasione, come si fa con i segni che arrivano quando è il momento giusto. Ho capito che in realtà in tutto questo tempo non stavo rimandando: stavo aspettando. Così ho raccolto quel segnale discreto e ho cominciato a scrivere.

Da Caravanserai a Welcome e Borboletta (passando per Love Devotion and Surrender)

C’è un’eleganza quasi crudele nel modo in cui Carlos Santana, all’apice della gloria, decise di smantellare il giocattolo perfetto che aveva costruito. Prima del 1972, la sua band era una macchina da guerra: Abraxas e Santana III avevano codificato il “latin rock” come un linguaggio universale fatto di sensualità e riff di immediata presa.

Ma dietro l’energia di Woodstock si muoveva un’inquietudine che il successo non poteva placare. Tra il 1972 e il 1974, l’uomo che aveva fatto ballare il mondo scelse di voltare le spalle alle classifiche per inseguire un’astrazione. Non fu un capriccio, ma una necessità fisiologica: il resoconto di una mutazione cellulare dove la chitarra smette di essere uno strumento di seduzione per diventare un mezzo di indagine metafisica.

Caravanserai segna il punto di non ritorno: non è solo un cambio di stile, è una ridefinizione completa del significato stesso dei Santana.

Caravanserai (1972) – La dissoluzione della forma

Copertina Caravanserai - Santana

Tutto inizia con il frinire dei grilli.


Con Caravanserai, Carlos Santana prende una decisione radicale: sacrificare la popolarità per seguire una visione artistica più autentica. Santana opera qui una scelta radicale: sacrificare la popolarità per il jazz modale. Il disco nasce in un momento di forte tensione interna alla band, divisa tra chi voleva proseguire sulla strada del successo rock e chi, Santana in primis, guardava al jazz elettrico di Miles Davis, Wayne Shorter e John Coltrane.

Musicalmente, Caravanserai abbandona quasi del tutto la struttura canzone. I brani sono costruiti come paesaggi sonori in continua trasformazione: temi brevi, spesso modali, che si aprono in lunghe sezioni strumentali. La chitarra di Santana rinuncia al ruolo di protagonista assoluta per inserirsi in un dialogo collettivo, fatto di tastiere, fiati e ritmi complessi.

È un disco introspettivo, spesso notturno, che riflette un viaggio interiore più che una narrazione esterna. Brani come Eternal Caravan of Reincarnation e Song of the Wind, il “pezzo dei pezzi”, come lo descrisse un famoso conduttore di un programma serale di Radio Capital, non cercano l’impatto immediato, ma una tensione spirituale costante. Questi brani si sviluppano su cellule tematiche minime, ripetute e trasformate nel tempo, secondo una logica più vicina al jazz spirituale che al rock psichedelico. La chitarra non guida l’ascolto, ma si inserisce in un flusso collettivo, anticipando l’idea dell’improvvisazione come atto condiviso e non competitivo.

Caravanserai non è un album che si ascolta, è un luogo in cui si entra, accettando il rischio di non trovarne l’uscita…

È anche l’ultimo album con una formazione ancora parzialmente legata al passato: subito dopo, l’equilibrio del gruppo cambierà profondamente.

Il cambio di formazione: la visione prende il controllo

Tra Caravanserai e Welcome, i Santana attraversano una vera e propria rifondazione. Escono di scena figure storiche come Gregg Rolie e Neal Schon, più legate al linguaggio rock, che andranno poco dopo a fondare il gruppo Journey, mentre entrano musicisti con un background jazzistico e fusion molto più marcato, come Tom Coster.

Carlos Santana assume un controllo sempre più netto della direzione artistica, non solo come chitarrista ma come guida spirituale e concettuale del progetto. Il gruppo smette di essere una band rock con influenze latine e diventa un collettivo aperto, fluido, in cui la musica è pensata come esperienza trascendente.

Santana e il Jazz negli anni ’70: oltre il rock, verso la trascendenza

Il rapporto tra Carlos Santana e il jazz negli anni Settanta non nasce come una semplice contaminazione stilistica, ma come una vera e propria scelta di campo. Per Santana, il jazz non rappresenta un genere da “citare”, bensì un linguaggio capace di esprimere libertà, ricerca interiore e trascendenza spirituale, elementi che a partire dal 1971 diventano centrali nella sua visione musicale.

L’influenza più evidente è quella del jazz modale di John Coltrane, non solo per l’uso delle scale e delle strutture armoniche aperte, ma soprattutto per l’idea della musica come pratica spirituale. Santana non si limita a imitare il fraseggio coltraniano: ne assimila la tensione estatica, la ripetizione ipnotica dei temi e la progressiva dissoluzione della forma tradizionale. Questa impostazione è chiaramente percepibile in Caravanserai, dove molti brani sembrano costruiti più su stati emotivi che su sviluppo tematico.

Un’altra influenza decisiva è Miles Davis, in particolare il periodo elettrico di In a Silent Way e Bitches Brew. Da Miles, Santana assorbe l’idea del collettivo: una musica in cui la leadership non si impone attraverso l’assolo, ma emerge dalla direzione complessiva del flusso sonoro. Nei Santana dei primi anni Settanta, la chitarra smette di essere un centro gravitazionale fisso e diventa un elemento mobile, che entra ed esce dal tessuto musicale.

Il legame con il jazz si concretizza anche attraverso le collaborazioni dirette. L’incontro con John McLaughlin è emblematico: entrambi condividono l’ammirazione per Coltrane e una visione spirituale della musica, influenzata dalla filosofia di Sri Chinmoy. Gli album che seguiranno testimoniano questa convergenza, in cui virtuosismo, improvvisazione e devozione si fondono in un unico gesto espressivo.

È importante sottolineare che Santana non diventa mai un jazzista in senso ortodosso. Il suo rapporto con il jazz resta sempre filtrato da una sensibilità profondamente melodica e da un legame indissolubile con il ritmo afro-latino. Proprio questa distanza dall’accademismo rende il suo contributo unico: Santana utilizza il jazz come strumento di liberazione dal formato rock, non come approdo stilistico definitivo.

Negli anni Settanta, quindi, il jazz per Santana non è una meta, ma un mezzo. Un linguaggio attraverso cui rompere le convenzioni, ridefinire il ruolo della band e trasformare il concerto in un’esperienza quasi rituale. È in questo spazio ibrido, tra rock, jazz e spiritualità, che nascono alcuni dei capitoli più audaci e significativi della sua carriera.

…passando per Love Devotion Surrender:
Un’unica traiettoria spirituale

Copertina Love Devotion and Surrender - Santana

Il Duello dei Mistici

Love Devotion Surrender non è un episodio isolato nella carriera di Carlos Santana, ma un nodo centrale che permette di leggere in continuità Caravanserai (1972) e Welcome (1973). Più che un progetto parallelo, il disco con John McLaughlin rappresenta il punto in cui le intuizioni di Caravanserai diventano dichiarazione esplicita e trovano, in Welcome, una forma più stabile e strutturata.

È proprio questa concezione che trova piena realizzazione nel disco con McLaughlin. In brani come A Love Supreme e Resolution, Santana mette temporaneamente da parte ogni residuo di struttura rock per abbracciare una forma di espressione totalmente libera, in cui il riferimento a Coltrane non è solo musicale ma concettuale. Questo passaggio chiarisce retroattivamente il senso di Caravanserai: non una svolta stilistica isolata, ma l’inizio di una ricerca che richiedeva un linguaggio ancora più radicale.

Osservati in sequenza, Caravanserai, Love Devotion Surrender e Welcome formano quindi una trilogia ideale, anche se distribuita su due progetti differenti. Il primo apre la porta, il secondo attraversa senza compromessi lo spazio della musica come devozione, il terzo tenta una sintesi possibile. Borboletta arriverà poco dopo a chiudere il cerchio, riportando quella visione in una forma più luminosa e accessibile.

Questa continuità rende evidente come, nei primi anni Settanta, Carlos Santana non stesse semplicemente cambiando stile, ma ridefinendo il senso stesso del fare musica. E Love Devotion Surrender ne rappresenta il punto più esplicito, il momento in cui le connessioni diventano impossibili da ignorare.

Welcome (1973) – La musica come meditazione

Copertina Welcome - Santana

La Preghiera Organizzata

Dopo il fuoco con McLaughlin, Welcome rappresenta la liturgia che ne segue. Carlos consolida la sua nuova visione arruolando Leon Thomas e Tom Coster, spostando il baricentro verso una coerenza quasi orchestrale. L’album si apre con Going Home, un omaggio ad Alice Coltrane che rilegge Dvořák, mettendo subito in chiaro che non c’è ritorno al passato. È un disco che richiede la dedizione di un monaco: lungo, ipnotico, volutamente privo di ganci commerciali. Eppure, emana una luce calda. La sezione ritmica non è più solo “latina”, ma diventa una pulsazione universale, un battito cardiaco che sostiene riflessioni filosofiche tradotte in musica. È jazz-rock di altissima scuola, dove la tecnica è finalmente asservita allo spirito.

Con Welcome, Santana rientra nel contesto della propria band portando con sé l’esperienza maturata in Love Devotion and Surrender. Welcome è forse il disco più radicale e meno immediato della tril(quadri)ogia. Qui la componente spirituale diventa centrale e dichiarata. La collaborazione con John McLaughlin, già protagonista della Mahavishnu Orchestra, non è solo musicale, ma ideologica: la musica è vista come strumento di elevazione, non di intrattenimento.

Brani come Going Home e Flame-Sky mostrano una scrittura che conserva la tensione spirituale e modale del disco con McLaughlin, ma la reintegra in una dimensione più collettiva e meno ascetica. L’improvvisazione resta centrale, ma è incanalata in strutture più riconoscibili, come se Santana cercasse un equilibrio tra abbandono totale e forma.

Anche in questo disco Santana non è il protagonista assoluto. Basti pensare che, in un disco in cui il gruppo porta il nome di uno dei chitarristi più noti di quel periodo, la chitarra di Carlos “canti” e si faccia sentire in un lungo assolo, peraltro formidabile, solo nel quinto brano, l’ultimo della prima facciata: “Yours Is the Light“.

Anche la presenza diretta di McLaughlin in Welcome rafforza questo legame. Il suo contributo non è quello di un semplice ospite, ma di un catalizzatore: la sua visione spinge Santana a mantenere alta l’asticella della ricerca, evitando il rischio di un ritorno a formule più rassicuranti. In questo senso, Welcome può essere letto come la trasposizione dell’esperienza di Love Devotion and Surrender all’interno del “mondo Santana”.

Le composizioni sono lunghe, spesso ipnotiche, costruite su pochi elementi che si sviluppano lentamente. La chitarra di Santana assume un tono quasi vocale, più vicino a una preghiera che a un assolo rock. L’interplay tra i musicisti è costante, con un’attenzione quasi maniacale al respiro collettivo del gruppo.

Welcome è un disco che richiede ascolto e dedizione. Non concede appigli facili, ma ripaga con una profondità rara. È il punto più distante dal Santana delle origini, e anche quello che più divide pubblico e critica. Proprio per questo rappresenta uno dei momenti più autentici della carriera di Carlos Santana.

Borboletta (1974) – La sintesi

Copertina Borboletta - Santana

Il ciclo si chiude con il volo della farfalla…

Borboletta è la sintesi luminosa di questo viaggio turbolento. Se i capitoli precedenti erano stati segnati da una ricerca a tratti austera, qui Santana recupera una chiarezza melodica e un senso della forma più definito. L’influenza dei brasiliani Flora Purim e Airto Moreira regala al disco una texture aerea e solare. In episodi come Promise of a Fisherman, si raggiunge un equilibrio miracoloso: la complessità del jazz e la profondità della ricerca interiore convivono con una melodia che sembra sgorgare da una fonte ancestrale. La trasformazione è completa. Santana non rinnega le sue radici, ma le ha trasfigurate in qualcosa di più maturo e universale.

Con Borboletta, Santana riesce finalmente a integrare le diverse anime del suo percorso. Il disco mantiene l’approccio spirituale e jazzistico dei due lavori precedenti, ma recupera una maggiore chiarezza melodica e un senso di forma più definito.

Il titolo, che significa “farfalla” in portoghese, è emblematico: Borboletta è un album di trasformazione compiuta. Le composizioni sono più accessibili, ma mai banali. Latin, jazz, spiritualità e melodia convivono in equilibrio, senza che nessun elemento prevalga sugli altri.

È anche un disco più luminoso, meno introverso, che sembra guardare avanti con serenità. Santana non rinnega il passato, ma lo trasfigura in qualcosa di più maturo. In questo senso, Borboletta può essere visto come la conclusione naturale del percorso iniziato con Caravanserai.

Caravanserai, Welcome e Borboletta non sono semplicemente tre album consecutivi: sono il racconto di una trasformazione artistica e umana. In questo breve arco di tempo, Carlos Santana ridefinisce il concetto stesso di band, di composizione e di ruolo del musicista.

Per chi si interessa alla musica non solo come prodotto, ma come linguaggio profondo e in continua evoluzione, questa trilogia rappresenta uno dei momenti più alti della storia del rock e della fusion degli anni Settanta. È il punto in cui i Santana smettono di essere una band di successo e diventano un progetto artistico nel senso più pieno del termine.

Con questi tre dischi apriamo la rubrica di recensioni musicali e quella ancora più importante dei “dischi da avere assolutamente” quelli che non devono mancare sullo scaffale in salotto o nella nostra saletta di ascolto preferita.

Alla prossima!

Cronologia

1972 – Caravanserai
1973 – Love Devotion and Surrender (Santana & McLaughlin)
1973 – Welcome
1974 – Borboletta