Thundercat – Distracted (2026) – Milano, il sole e il paradosso di Bruner


Qui a Milano oggi c’è un bel sole, di quelli che tagliano i palazzi di ringhiera e fanno sembrare persino il cemento un posto accogliente. Dalla finestra del loft la luce batte dritta sul piatto del Thorens, rivelando ogni singolo granello di polvere che si ostina a depositarsi sul vinile nero. È una giornata limpida, quasi geometrica. Eppure, nelle cuffie sta girando qualcosa che con la geometria e la limpidezza non ha nulla a che fare. Gira il caos. Gira la testa di Stephen Bruner, in arte Thundercat, che dopo sei anni di silenzio discografico ha deciso di vomitare sul mercato “Distracted”. Un titolo che è un programma, un manifesto e una condanna. Mentre la città là fuori corre con il pilota automatico, io sono qui bloccato sul divano, distratto da un uomo che suona il basso come se dovesse salvarsi la vita e canta con un falsetto che sembra fatto di vetro e fumo. Verso un goccio di Bourbon, anche se è presto, e provo a rimettere ordine in questo splendido disordine.

Il Virtuoso del Paradosso: Chi è Stephen Bruner

Thundercat---Distracted-Cover

Per capire il peso specifico di questo ritorno, bisogna fare un passo indietro e guardare da dove viene questo gigante gentile con la passione per gli anime giapponesi e i bassi a sei corde larghi come tavoli da pranzo. Cresciuto in una famiglia di musicisti devastanti a Los Angeles, Bruner è un mutante della black music. Ha suonato il metallo pesante e ruvido con i Suicidal Tendencies, ha assecondato le follie elettroniche e cosmiche di Flying Lotus e, soprattutto, ha messo la sua firma indelebile sul capolavoro politico e sonoro di Kendrick Lamar, To Pimp a Butterfly. Se quel disco suona così viscerale, denso e cinematico, il merito è anche delle dita di Thundercat. Pur essendo il frutto di un collettivo creativo gigantesco, con figure decisive come Flying Lotus, Terrace Martin, Kamasi Washington, Robert Glasper e Sounwave, il basso di Stephen Bruner resta uno degli elementi più riconoscibili e magnetici dell’intero album.

Il suo percorso solista è sempre stato dominato da un paradosso schizofrenico: da un lato un virtuosismo jazz/fusion che farebbe impallidire Jaco Pastorius, dall’altro un’attitudine pop, ironica, a tratti demenziale, capace di scrivere pezzi su quanto sia bello avere un gatto o su quanto sia difficile rimorchiare in discoteca. Ma dietro la maschera nerd e i costumi stravaganti c’è sempre stato un cuore sanguinante. Il Grammy ottenuto nel 2021 per It Is What It Is era un tributo al dolore per la perdita del suo fratello artistico, Mac Miller. Sei anni dopo, Distracted ci mostra cosa resta dopo che le lacrime si sono asciugate e i riflettori si sono spenti.

L’Anatomia del Disco: Un Labirinto Soundscapes

Prodotto in gran parte insieme a Greg Kurstin, un uomo che sa come trasformare le stranezze alternative in oro radiofonico, Distracted si sviluppa lungo 15 tracce che funzionano come un flusso di coscienza interrotto. È un album frammentato, specchio esatto della nostra epoca dove l’attenzione dura lo spazio di una notifica sul telefono. Sonoramente, è un viaggio nel funk subacqueo e nello yacht-rock più sofisticato degli anni ’70, rivisto attraverso la lente della psichedelia moderna.

L’album si muove continuamente tra luci e ombre. C’è la solarità spaziale e ballabile di “Walking on the Moon”, ci sono le collaborazioni di lusso come la cavalcata psichedelica con i Tame Impala in “No More Lies”, e ci sono le tinte più cupe e cinematiche di “ThunderWave”, dove la voce di WILLOW fluttua sopra un tappeto di synth e linee di basso che sembrano onde d’urto. La grandezza di Thundercat sta nel non annoiare mai: anche quando un brano sembra prendere una piega lineare, Bruner spezza il ritmo, inserisce una scala jazz impossibile o cambia tonalità, lasciando l’ascoltatore perennemente in bilico. Proprio come una persona distratta che non riesce a finire un pensiero prima che ne cominci un altro.

I Pilastri del Verdetto: L’Analisi dei Brani Chiave

“She Knows Too Much” (feat. Mac Miller) Inutile girarci intorno: questo brano è il nucleo emotivo del disco, la traccia attorno alla quale orbita tutto il resto. Non è un’operazione nostalgia costruita a tavolino dall’industria discografica; è un pezzo di vita rimasto congelato nel tempo. La traccia base è nata quasi dieci anni fa durante le storiche sessioni casalinghe tra Bruner e Mac Miller, ed è stata completata oggi con un rispetto e una delicatezza che commuovono. Il pezzo è un mid-tempo hip-hop/soul dal sapore fortemente vintage. Kurstin pulisce il suono, lasciando che il basso di Thundercat si muova cicciottolo, caldo e avvolgente, creando il tappeto perfetto. Quando entra la voce di Mac Miller, con quella sua tipica flemma impastata, malinconica e fottutamente autentica, si stringe lo stomaco. Thundercat risponde nel ritornello con un falsetto celestiale, quasi a voler dialogare con un fantasma. “She knows too much” diventa un mantra sulla paranoia, sulla vulnerabilità e sulla consapevolezza di essere visti dentro da chi ci ama davvero. Musicalmente è perfetto: il groove è sexy, rallentato, ti fa muovere il collo ma ti lascia addosso una strana forma di dolce nostalgia. Un capolavoro di equilibrio.

“I Wish I Didn’t Waste Your Time” Se la traccia con Mac Miller è l’elaborazione del lutto, questo brano è l’elaborazione del senso di colpa. Piazzato strategicamente nella seconda metà dell’album, è un pezzo che inizialmente avevamo assaggiato come singolo, ma che nel contesto del disco assume la forma di una spietata confessione. Qui Thundercat lascia da parte gli ospiti illustri, spegne i grandi sintetizzatori e si mette a nudo. Il sound è sfacciatamente lo-fi, quasi domestico. Senti il respiro della corda del basso che sbatte sul legno, senti la saturazione analogica che frigge leggera sui diffusori. Il groove è ipnotico, spezzato, zoppicante, specchio di una mente che continua a rimuginare sugli stessi errori sentimentali. “Vorrei non aver buttato il tuo tempo”: una frase che chiunque abbia fallito in una storia d’amore si è trovato a masticare da solo di notte. Bruner la ripete, la stravolge, la fa decollare attraverso armonie vocali stratificate che richiamano lo stile migliore di Stevie Wonder, dimostrando che non servono grandi orchestrazioni quando hai una linea di basso che sa dove andare a ferire.

Il verdetto di Noisè

Distracted non è un album rassicurante e non è un disco da sottofondo per aperitivi superficiali, nonostante il funk provi a travestirlo da tale. È il ritratto onesto, a tratti spietato, di un artista di quarant’anni che si guarda allo specchio nel 2026 e si scopre fragile, frammentato, perennemente distratto dai fantasmi del passato e dalle nevrosi del presente. Ma finché quella fragilità verrà tradotta in un groove di questo livello, noi saremo qui ad ascoltare. Un disco denso, che richiede più ascolti per essere digerito, ma che restituisce la grandezza di un musicista unico.