Perché “Don Juan’s Reckless Daughter” è il disco più coraggioso di Joni Mitchell

Ci sono momenti, nella storia della musica, in cui un artista decide di smettere di compiacere il proprio pubblico per iniziare a sfidare sé stesso. Per Joni Mitchell, quel momento arriva nel dicembre del 1977.
Nella sua sterminata discografia, Don Juan’s Reckless Daughter, decimo LP della virtuosa canadese, occupa una posizione scomoda, quasi di “figlio di un dio minore”. Si trova incastrato tra due capolavori assoluti: l’evocativo Hejira e il testamento jazz di Mingus.
Eppure, riascoltandolo oggi, ci si accorge che questo album (doppio su vinile) non è solo un passaggio, ma il vero cardine su cui ruota l’intera evoluzione artistica della cantautrice canadese.
Dalle strade di New York a icona della West Coast
Per capire questo disco, bisogna guardare indietro. La crescita di Joni è stata un costante rimettersi in gioco. Sopravvissuta da bambina all’epidemia di poliomielite (la stessa che colpì l’amico Neil Young), ha iniziato cantando folk nei bar radicali di New York, dove fu scoperta da Judy Collins. Poi, seguendo il vento del flower-power, si è spostata a Los Angeles, nel leggendario Laurel Canyon. Lì, tra una comune e l’altra, dove nasceva il mito di Crosby, Stills, Nash & Young.
Ma Joni è sempre stata una voce fuori dal coro. Mentre scriveva Woodstock, trasformandola in un inno generazionale, lo faceva guardando il fango del festival in televisione, mantenendo un distacco quasi aristocratico che l’avrebbe portata, di lì a poco, ad alternare ai jeans abiti di haute-couture francese.
L’evoluzione di una metamorfosi






Il percorso che porta a Don Juan è una scala verso l’astrazione. Se Blue (’71) era il capolavoro delle confessioni acustiche, già con Court and Spark (’73) Joni iniziava a invitare i jazzisti in studio. Con The Hissing of Summer Lawns (’75) abbandonava l’autobiografia per farsi osservatrice, critica, del costume e della società, mentre Hejira (’76) segnava il ritorno a un intimismo “on the road“, un viaggio kerouachiano tra infatuazioni e separazioni razionali.
Poi arriva il 1977. Joni decide di spingersi oltre il “pop d’autore”. Confeziona un doppio LP articolato e complesso che la critica dell’epoca, abbagliata tra punk e new wave, spesso non riuscì a decifrare. Eppure, senza questo azzardo, non avremmo mai avuto l’incontro con Charlie Mingus.
È qui che Joni si prepara a ricevere il testamento artistico di quel gigante del jazz ed a mietere premi grammy.
Il conflitto interiore: tra purezza e desiderio
Il titolo stesso, “L’avventata figlia di Don Giovanni“, rivela la natura dualistica del disco. Joni Mitchell è una donna e un’artista perennemente in conflitto interiore: divisa tra scalcinati concerti No Nuke e l’eleganza parigina, tra la razionalità cerebrale e l’abbandono sensuale.
Nella title-track, i versi si fanno confessione pura: “In me combattono l’aquila e il serpente. Il serpente lotta per il cieco desiderio, l’aquila per la purezza”. Simbolismi onirici. E il tema del risveglio dopo il sogno, del brusco ritorno alla realtà, attraversa metà dei brani dell’album.
Una copertina che sfida i tabù

Anche l’estetica del disco parla di contrasti. Se la copertina di Hejira era un bianco e nero etereo e malinconico, nordico, autunnale, qui esplodono le tinte forti: altopiani assolati color paprika e cieli turchesi. La Mitchell vi appare in cilindro e abito scuro, un’immagine di eleganza da cui scaturisce un’innocenza infantile (colombe e palloncini), ma che fa da contraltare a un nudo femminile sensuale ed erotico. Un simbolismo così potente che, curiosamente, nelle edizioni successive la grafica fu modificata, perdendo quel legame viscerale con il contenuto originale.
I Weather Report al servizio del genio
Se guardiamo i crediti, tremiamo. In questo disco suonano Jaco Pastorius, Wayne Shorter, Manolo Badrena e Alex Acuña. In pratica, ci sono tutti i Weather Report di Heavy Weather, meno Joe Zawinul. A loro si aggiungono giganti come Airto Moreira, Chaka Khan e John Guerin.
L’apertura (Overture) è un capolavoro di sovraincisioni: sei chitarre con accordature diverse e vocalizzi eterei che culminano nell’ingresso del basso tellurico di Pastorius. Un consiglio: alzate il volume e dimenticate i vicini, perché Cotton Avenue è un brano che deve esplodere, risuonando nel corpo. Poi ci sono Talk to Me e Jericho, dove Joni implora un partner taciturno di parlare, di qualsiasi cosa, di abbattere i muri dell’incomunicabilità, proprio come accadde alle mura di Gerico.
L’abisso di “Paprika Plains“
Il cuore del disco è però Paprika Plains, una suite di oltre sedici minuti. Inizia con un pianoforte penetrante suonato da Joni, per poi venire sommersa da una grandiosa orchestra in un lungo fraseggio strumentale al confine tra la colonna sonora hollywoodiana e l’opera contemporanea. È un viaggio onirico nell’infanzia canadese e nell’America precolombiana. Quando la suite sembra farsi troppo densa, la voce sensuale di Joni ci riporta a terra, alla realtà del cocktail party da cui si era partiti, prima di chiudere con un dialogo esplosivo tra sax soprano e percussioni.
E non finisce qui: il disco ci trascina nei ritmi voodoo di The Tenth World e nel samba di Dreamland, confermando la “cotta” di Joni per le ritmiche latino-afroamericane.
Un’eredità tecnica e poetica
A differenza dello struggente ed omogeneo Hejira, Don Juan è un album vario, che si svela lentamente. Non ci sono ritornelli facili, ma c’è una raffinatezza di arrangiamento che premia gli ascolti ripetuti. I testi sono poesie moderne, capaci di tratteggiare i personaggi narrati, caratterizzandoli con poche pennellate.
Tecnicamente, il disco è una prova di forza. Nonostante sia un mosaico registrato tra Londra, New York e Hollywood, il mix di Steve Katz (giá chitarrista tra i fondatori dei Blood, Sweat & Tears e produttore di Lou Reed) è miracoloso. La timbrica è aggressiva, quasi pop nella sua dinamica, ma sopra ogni cosa brilla la voce della Mitchell: estesa, spontanea, capace di farsi controcanto di sé stessa con una naturalezza che toglie il fiato.
Don Juan’s Reckless Daughter non è un disco facile, ma è il disco di un’artista che non ha avuto paura di essere libera. E forse, proprio per questo, meritava (e merita) molto di più.
Questo testo è il risultato di un editing per adattamento editoriale, ottenuto usando anche strumenti di AI, applicati al testo originale pubblicato in www.videohifi.com


