Yussef Kamaal: “Black Focus” o il Jazz come Navigazione Notturna


Questa volta mi verso un dito di Bourbon e lascio che il ghiaccio si sciolga lentamente. Fuori, Milano è una distesa di luci fredde e asfalto bagnato, ma nel mio loft la stanza si riempie dell’odore di Londra. Quella vera. Quella che non trovi nelle guide turistiche, ma nei club del Sud della città, dove il jazz ha smesso di essere un genere per diventare un dialetto della strada.
Ho davanti i frammenti di un racconto che parla di due ragazzi, Yussef Dayes e Kamaal Williams. Quello che ne è uscito è un disco che, se avessi ancora vent’anni e la voglia di passare le notti in piedi, porterei sempre nello zaino.

Yussef Kamaal - Black Focus - Cover - front

Esistono dischi che sono istantanee, polaroid scattate in un momento di grazia prima che l’ego o la vita dividano le strade. Black Focus, uscito nel 2016, è esattamente questo: il punto di collisione tra due traiettorie che non potevano che finire insieme. Da una parte Yussef Dayes, un batterista londinese che non si limita a tenere il tempo, ma lo narra, cresciuto in una famiglia dove la musica è un linguaggio quotidiano: gospel, funk, hip hop e jazz convivono fin dall’infanzia, filtrati da una naturale predisposizione al groove e a una concezione della batteria come strumento narrativo, più che puramente ritmico. Dayes arriva a Black Focus dopo anni di jam, collaborazioni e una profonda immersione nella scena underground di Londra, dove il jazz non è un genere museale ma una materia viva, che dialoga con il presente.

Dall’altra parte c’è Kamaal Williams (che all’epoca si faceva chiamare Henry Wu), tastierista e produttore con una formazione altrettanto ibrida. Williams è un ascoltatore vorace: Herbie Hancock e Ahmad Jamal convivono con J Dilla, il broken beat londinese, l’elettronica e il funk più viscerale. La sua cifra è una scrittura armonica raffinata ma mai accademica, sempre piegata al groove e al corpo, alla fisicità del suono.

Insieme, Dayes e Williams danno vita a “Yussef Kamaal“, un progetto che nasce dalla pratica della jam ma che trova rapidamente una forma precisa e riconoscibile.

Black Focus, pubblicato nel 2016, è il manifesto di questa sintesi. Il disco suona come una lunga corsa notturna attraverso la Londra contemporanea: brani come “Lowrider”, “Black Focus” o “Strings of Light” sono costruiti su linee di basso elastiche, pattern di batteria ipnotici e tastiere che oscillano tra il jazz modale, il funk e una sensibilità quasi hip hop nel modo di trattare il tempo. Non c’è virtuosismo esibito, ma una tensione costante tra controllo e abbandono, tra struttura e improvvisazione. È un jazz che non chiede il permesso, che si muove con naturalezza tra club, strade e ascolti domestici.

L’Estetica della Strada: La Ford Focus Nera

La copertina è parte integrante di questo racconto. L’immagine della Ford Focus nera (Black Focus questo significa: “Ford Foocus Nera”) quasi una filigrana più che un soggetto esplicito, è un simbolo potente: un’auto comune, non di lusso, legata alla quotidianità urbana, al movimento, al viaggio. Il “black” non è solo un colore ma un’atmosfera, un’identità, una dichiarazione. La Focus diventa metafora di uno sguardo concentrato, di una direzione chiara in mezzo al traffico culturale e sociale della città. È un’immagine che parla di appartenenza e di realtà vissuta, non di astrazione.

La Ford Focus nera, riflette l’idea di un viaggio nella Londra contemporanea: non un’icona di lusso, ma un veicolo quotidiano, simbolo di movimento, strada, cultura urbana.

Yussef Kamaal - Black Focus - Cover - rear
La “Black Focus” del disco, è visibile sul retro della copertina

La musica stessa è un ritratto di una città multiculturale e stratificata: broken beat, jungle, jazz-funk e improvvisazione convivono in un flusso che, pur radicato nella tradizione, guarda al presente e al futuro.

Black Focus è l’espressione di due percorsi individuali e di una scena musicale in fermento, nata tra pub, sessioni improvvisate e una cultura musicale che abbraccia jazz, hip-hop, elettronica e suoni urbani. Rilasciato nel 2016, prima di un periodo storico intenso per il Regno Unito, segnato da fermenti sociali, discussioni sull’identità e tensioni culturali, il disco risuona come una dichiarazione di autonomia creativa e di orgoglio culturale.

In questo senso Black Focus rimane un disco molto importante nella scena jazz contemporanea, ma anche un documento di un tempo e di un luogo, radicato nella storia personale di Dayes e Williams, eppure aperto alle direzioni future della musica.

Questo album si inserisce in una costellazione precisa di dischi e artisti che, a metà degli anni 2010, ridefiniscono il jazz britannico come linguaggio urbano e contemporaneo. Il riferimento più immediato è Alfa Mist, soprattutto per l’uso del pianoforte elettrico e per l’equilibrio tra scrittura e improvvisazione: entrambi condividono un’idea di jazz che nasce dal listening culture hip hop, più che dall’accademia.

Un altro parallelo evidente è con Moses Boyd e il suo progetto Exodus, in particolare per la centralità del groove e per il ruolo della batteria come motore narrativo. Tuttavia, laddove Boyd tende a strutture più spezzate e politicamente esplicite, Yussef Kamaal scelgono un linguaggio più fluido, quasi cinematografico.

Sul piano internazionale, Black Focus dialoga idealmente con Robert Glasper Experiment, soprattutto per l’idea di jazz come piattaforma ibrida che ingloba R&B, funk e hip hop senza gerarchie. Ma mentre Glasper guarda molto alla tradizione afroamericana statunitense, Dayes e Williams suonano profondamente europei, londinesi, figli del broken beat e della club culture britannica.

Col senno di poi, Black Focus appare meno come un “primo album” e più come un manifesto generazionale. Non cerca la complessità per la complessità, né la legittimazione accademica: il suo centro è il corpo, il movimento, la strada. È musica che funziona tanto in cuffia quanto in un club, tanto per l’ascolto analitico quanto per la fruizione istintiva.

In questo senso, il legame con le storie personali di Dayes e Williams è totale. Entrambi provengono da una Londra in cui il jazz non è separato dalla vita quotidiana, ma si mescola con le comunità, con le notti, con l’idea stessa di identità culturale. Black Focus è la fotografia di quel momento: prima che le carriere individuali prendessero direzioni diverse, prima che il “nuovo jazz londinese” diventasse un’etichetta riconosciuta a livello globale.

Riascoltato oggi, il lavoro suona ancora come una promessa mantenuta. Un solo disco, nessuna replica, ma un’impronta chiarissima. Come una Ford Focus nera che attraversa la città di notte, senza farsi notare troppo, ma lasciando dietro di sé una traccia difficile da cancellare.

Il Verdetto di Noisè

Black Focus è un disco figlio della crisi e del fermento della Londra post-2010. È un lavoro che rifiuta le etichette perché è troppo impegnato a vivere. Dayes e Williams hanno dimostrato che non serve una discografia infinita per lasciare un segno (il duo, infatti, si sciolse poco dopo): basta un disco, se quel disco ha il coraggio di essere onesto.

È jazz? È hip-hop? È funk? È semplicemente il suono di due musicisti che hanno deciso di tenere gli occhi aperti e i fari accesi. Ed è, senza dubbio, uno dei motivi per cui oggi il jazz britannico è la cosa più interessante che possiate ascoltare.