Il nuovo disco di Pat Metheny è fuori da una manciata di giorni e già sento l’odore acre della frenesia da redazione. Immagino i direttori delle riviste patinate che col fiato sul collo pressano i loro critici, esigendo ‘il pezzo’ entro ieri, pronti a masticare e sputare un’opinione pur di cavalcare l’algoritmo.
Ma qui, tra le mura di questo loft, le regole del gioco sono diverse. Qui non firmo contratti col tempo, ma col mio orecchio. Sono un libero professionista del silenzio e dell’analisi: io i dischi li abito, li smonto e li riascolto finché le tracce non smettono di essere musica e diventano ossessione.
Di Pat e del suo ennesimo miracolo a sei corde parleremo più in là, quando il rumore di fondo si sarà placato.
Stasera, però, voglio seguire un filo diverso. Voglio parlarvi di un artista che con Metheny ha condiviso il sudore del palco e la geometria del suono, ma che oggi cammina su una strada tutta sua.
Sto parlando di Nate Smith.
Per capire chi è Nate Smith, bisogna dimenticare l’immagine del batterista jazz relegato in un angolo a fare da metronomo di lusso. Nate, nato a Chesapeake, Virginia, è un prodotto purissimo di quella cultura americana dove il gospel della domenica mattina si scontra con l’hip-hop del sabato sera. Prima di diventare il titano che è oggi, Nate si è fatto le ossa con la “reale accademia”: è stato il motore ritmico di Chris Potter per anni e ha prestato il suo battito a gente come Pat Metheny e Dave Holland. Ma è quando ha deciso di mettersi davanti, al centro della scena, che abbiamo capito la portata del suo genio.

Nate Smith non suona la batteria; lui la fa parlare. Il suo stile è una combinazione letale di potenza muscolare e finezza tecnica, un mix che lo ha portato a creare il progetto Kinfolk, una sorta di albero genealogico sonoro dove le radici jazz si intrecciano con il neo-soul e l’R&B più sofisticato.
Parlare del suo ultimo lavoro, “Live-Action”, non è come recensire un disco qualsiasi; è come commentare una finale olimpica dove l’atleta non solo vince, ma lo fa con una grazia che ridicolizza le leggi della fisica.
Nate Smith ha preso la sua bacchetta, ha indicato il centro del ring e ha detto: “Guardate come si fa”. E i due Grammy portati a casa sono solo la conferma burocratica di quello che le mie orecchie sapevano già dal primo ascolto.
Esistono dischi che sono tecnicamente ineccepibili ma freddi come il marmo di questo loft. E poi c’è “Live-Action”. Qui Nate Smith ha deciso di spogliare il funk e il jazz di ogni inutile orpello accademico per restituirci la loro essenza cinetica. È un album muscolare, elettrico, quasi sfacciato nella sua perfezione ritmica. Se Nate è l’architetto del tempo, questo disco è il suo grattacielo più alto, quello che svetta sopra la mediocrità circostante.
La Macchina da Guerra
Se Kinfolk: Postcards from Everywhere, l’album che che gli ha valso due nomination ai Grammy Awards nel 2017, era un memoir, LIVE-ACTION è un kolossal cinematografico girato in presa diretta. Nate Smith qui non è “solo” il batterista; è il regista che ha convocato i migliori sicari del suono per un’operazione di guerriglia sonora.
Dimenticate la compostezza del jazz da camera. LIVE-ACTION è un disco che puzza di valvole surriscaldate, di strada e di una fame ritmica che non sentivo da tempo. Nate Smith ha preso il concetto di “Producer Album” alla Quincy Jones e lo ha calato nel tritacarne del groove moderno. Qui il “pocket” non è una scelta stilistica, è una religione.
La Sequenza: Quando il Ritmo diventa Narrazione
Il disco si apre con “NOW”, con il sassofono di Josh Johnson e con Nate che suona tutti gli strumenti, non solo la batteria. È un’introduzione che non perde tempo in convenevoli: ti sbatte subito in faccia quel senso di urgenza urbana che permea tutto il lavoro. Ma è con “UNDEFEATED” che Nate fa sul serio. Qui la tromba di Marquis Hill e il flow di JSWISS si incastrano su un beat che è una lezione di architettura: solido, elastico, imbattibile. Nate non suona “sopra” gli altri, Nate è il battito cardiaco che permette agli altri di respirare.
Poi arriva “AUTOMATIC”. E qui, signori, bisogna togliersi il cappello. Prendere un classico delle Pointer Sisters e trasformarlo in una cattedrale soul-jazz con la voce di Lalah Hathaway è un atto di coraggio che solo un genio può permettersi. La Hathaway non canta, fluttua, mentre Nate sotto costruisce una trama ritmica che è puro velluto d’acciaio.
“MAGIC DANCE” è il mio momento preferito per distacco. L’incontro tra la chitarra aliena di Lionel Loueke e il basso tellurico di Michael League, anima degli Snarky Puppy (a proposito, presto parlerò del loro ultimo disco) crea una vibrazione quasi tribale, trasfigurata dall’elettronica. È il suono di tre menti superiori che giocano con il fuoco senza bruciarsi.
Non posso non citare “COUGH DROP”. Quando entrano Kiefer al Rhodes e CARRTOONS al basso, il loft si trasforma in un club di Brooklyn alle tre del mattino. È quel lo-fi sporco, quel funk “storto” che Nate padroneggia meglio di chiunque altro sul pianeta. E poi c’è “JUKE JOINT”, dove il genio della chitarra “ibrida” Charlie Hunter e la batteria di Nate creano un’alchimia così densa che sembra quasi di poterla toccare. E la chiusura con “SUPERMOON” è il finale perfetto: cinematografico, epico, un lungo addio che ti lascia con la voglia di rimettere la puntina (o premere play) dall’inizio.
I Collaboratori: Un’elite senza Gerarchie
Nate suona tutti gli strumenti in ogni brano dell’album tranne qualche, notevole, eccezione. Le armonie vocali delle säje, un acclamato quartetto vocale jazz americano, composto dalle cantanti e autrici Amanda Taylor, Sara Gazarek, Johnaye Kendrick ed Erin Bentlage, in “BIG FISH” aggiungono una stratificazione celestiale che bilancia la muscolarità del disco. Nate ha messo insieme un cast che farebbe impallidire qualsiasi festival jazz: Michael League e Ben Williams al basso, Lionel Loueke alla chitarra, solo per citarne qualcuno.
L’Espansione del Dominio in “Live-Action Deluxe”

Se la versione standard di Live-Action era un film d’azione da togliere il fiato, la Deluxe Edition è il “director’s cut” definitivo. Cinque nuovi brani che non sono semplici scarti, ma capitoli fondamentali che mancavano al racconto, e una rilettura strumentale di altre cinque tracce che mette a nudo l’architettura brutale e bellissima di Nate.
L’aggiunta di queste nuove tracce sposta ulteriormente il baricentro verso quella zona d’ombra dove il jazz flirta pesantemente con il soul più futuristico. L’ingresso in scena di Braxton Cook è, per me, il momento più alto di questa appendice. Cook non è solo un sassofonista, è un esteta del suono; il suo fraseggio si appoggia sui tempi spezzati di Nate con una naturalezza che fa paura. C’è una fluidità quasi erotica nel modo in cui il suo sax dialoga con il rullante, creando una tensione che si scioglie solo nell’ascolto ripetuto.
E poi c’è lei, Melanie Charles. Inserirla in questo contesto è stata una mossa da scacchista esperto. Melanie porta con sé quella vibe da Brooklyn sperimentale, quel modo di usare la voce e il flauto che mescola tradizione haitiana e avanguardia urbana. La sua collaborazione trasfigura il groove di Nate, rendendolo più ancestrale, quasi magico. È la prova che Smith non cerca solo esecutori, ma anime affini capaci di deviare il corso del suo fiume ritmico.
Lo Scheletro del Groove: Le Versioni Strumentali
Ma la vera chicca per i feticisti del suono come me sono le cinque riedizioni strumentali. Senza la voce, brani come “AUTOMATIC” o “UNDEFEATED” rivelano la loro vera natura. È come togliere la carrozzeria a una Ferrari per ammirarne il motore: vedi finalmente ogni singolo ingranaggio, ogni ghost note che Nate nasconde tra le pieghe del tempo, ogni linea di basso che scava tunnel sotto la melodia.
Senza il cantato, emerge prepotente la scrittura di Smith. Ti accorgi che quelle non sono solo “basi”, ma composizioni autosufficienti, dove la batteria funge da voce solista. È qui che capisci perché Nate Smith è Nate Smith: perché anche nel silenzio della voce, la sua musica urla.
Il Verdetto di Noisè
LIVE-ACTION non è un disco “bravo”. Nate Smith ha dimostrato che si può vincere tutto senza scendere a compromessi con la melassa radiofonica. Ha creato un’opera che parla al corpo e alla testa contemporaneamente. Se cercate la perfezione tecnica, la troverete. Se cercate l’anima, ne sarete travolti. Nate è il re, e questo è il suo regno.
La versione Deluxe non è un’operazione commerciale per mungere il successo dei Grammy. È un atto di generosità intellettuale. Nate ci ha dato le chiavi del suo studio, ci ha mostrato i bozzetti e le variazioni sul tema. Con l’aggiunta di talenti cristallini come Braxton Cook e Melanie Charles, Live-Action smette di essere “solo” un grande disco e diventa un ecosistema sonoro in continua evoluzione.
Il 6 luglio Nate Smith porterà il suo rullante sotto il cielo della capitale per l’unica data italiana dell’anno, alla Casa del Jazz a Roma. Non è un suggerimento di cortesia, è un imperativo morale. In un Paese che spesso scambia l’intrattenimento da crociera per arte, vedere Nate dal vivo è un bagno di realtà sonora necessario. Non andateci per fare le storie su Instagram con il filtro seppia; andateci per capire perché, dopo quel concerto, tutto il resto vi sembrerà terribilmente fuori tempo. Io, fossi in voi, non rischierei di restare fuori dai cancelli.
https://www.natesmithdrums.com
Discografia di Nate Smith
- LIVE-ACTION DELUXE EDITION (2026)
- LIVE-ACTION (2025)
- POCKET CHANGE 2: MAD CURRENCY (2023)
- KINFOLK 2: See The Birds (2021)
- LIGHT AND SHADOW (2020)
- POCKET CHANGE (2018)
- POSTCARDS FROM EVERYWHERE (2017)
- FORTY: THE LO-FI BEAT TAPE (2014)
- SCRAPBOOK: WATERBABY MUSIC VO 1.5 (2010)







