Non molto tempo fa mi sono concesso il piacere di assistere dal vivo a un concerto sinfonico presso la grande sala Santa Cecilia, nell’auditorium Parco della Musica Ennio Morricone di Roma, di cui finora avevo frequentato solo la cavea all’aperto e le sale minori. L’auditorium è un’opera architettonica monumentale di Renzo Piano, con poco più di 20 anni, e l’enorme sala principale è caratterizzata da un imponente trattamento acustico della volta.

Occasione era l’apertura della stagione musicale dell’Accademia Nazionale di Saanta Cecilia. In programma la “trilogia romana” di Respighi, che conosco a menadito per essere stata campo di prova di tante decine di prodotti audio passati per le mie mani e per quelle di colleghi ancor più analitici.
Ho completato l’opera acquistando biglietti per posti al centro della 7a fila della platea, ragionevolmente nello sweet spot acustico-visivo, praticamente a meno di 10 metri dal podio e dalla maggioranza dei tanti maestri musicisti presenti nella grande orchestra.
La sala affollata, anche se non gremita, comunicava piacevole vitalità, degna di una capitale, e non vedevo l’ora di godermi il ghiotto spettacolo.
In effetti ho apprezzato l’esecuzione brillante, fedele ai miei migliori riferimenti discografici e trovo meritatissimi gli applausi scroscianti. Ma il pesante trattamento acustico della grande sala la rende un po’ sorda e, anche nei fragorosi fortissimo e nonostante la posizione d’ascolto ravvicinata, incapace di ricreare l’impatto riproducibile in casa con un sistema stereofonico, anche di medio livello, come il mio.
Rispetto ai miei ascolti di riferimento (che non sono quelli con punte oltre 130 dB, cari agli amanti delle sensazioni forti), all’appello mancavano almeno 5-6 dB. Non sono 15 o 20, ma fa la differenza! Pazienza: non era certo la dinamica a far difetto e -almeno nella mia posizione- lo spettacolo era comunque godibile e capace di emozionare, anche se avrei certamente gradito una maggiore fisicità, come raggiungibile in altre sale da concerto.
Certo, mi è restata la profonda delusione di scoprire che, in quello che dovrebbe essere un tempio della musica, l’organo a canne, strumento protagonista di vari passaggi della partitura in programma, lì non c’è!

No, non è che mancano solo le canne più grandi, quelle della pedaliera, spesso assenti o inutilizzate, ma che sono proprio quelle che servirebbero stavolta: mancano proprio tutte. Perché qui l’organo è elettronico, per scelte che risalgono alla prima gestione, nientemeno firmata Luciano Berio, che di musica elettronica se ne intendeva, e che si manifestano tramite 2 array di 4 subwooferoni impilati ai lati del palcoscenico, vicino alle porte d’uscita.
Per deformazione professionale, non potevo esimermi dall’avvicinarmi a ispezionare tali imponenti diffusori. Con un mercato che ormai propone componenti maestosi, capaci di riproduzioni anche infrasoniche, ho invece trovato tracce riconoscibili di quel diffuso subwooferame professionale 2×18” reflex, ad alta efficienza ma che rinuncia a quasi tutta la prima ottava udibile. 12 note da dimenticare. Anche su questo fronte il mio modesto impianto domestico è in grado di non sfigurare affatto rispetto a questa esibizione live.
Anzi, il contrario: già col mio subwoofer DIY posso godermi anche un po’ di infrasuoni.
Pur essendo le trame musicali del repertorio dell’occasione molto più complesse e impegnative di un quartetto d’archi o di un trio jazz, ovviamente non c’è niente da criticare in merito. L’ eccellente risoluzione ha reso sofferta l’impossibilità di avere contatto anche visivo coi tanti orchestrali dietro la prima fila. Infatti, sia le poltrone di tutta la platea avanzata che il palcoscenico sono praticamente “in piano” e, per godere appieno delle dinamiche danze delle decine di archetti, dello sbracciarsi dei percussionisti, dell’impetuoso soffiare nei fiati, occorrerebbe arretrare di molto, nelle file rialzate, se non nelle gallerie.
Ma poi servirebbe un binocolo!
Infine, i piani sonori, della scena orizzontale e della profondità, tanto ricercati, mitizzati e discriminanti nella riproduzione domestica.
La distribuzione orizzontale, dalla mia posizione d’ascolto quasi ideale, non mi è apparsa così superiore a quella resa da un buon impianto stereofonico correttamente posizionato. E a “un buon impianto stereofonico” io aggiungerei un “qualsiasi“. Evidentemente si tratta di un compito facile.
In profondità, ancora meno, col riverbero della gigantesca sala che mi è sembrato impedisse la precisa messa a fuoco dei singoli strumenti nello spazio del proscenio.
Darei la responsabilità al tempo di decadimento della grande sala, inesorabilmente molto maggiore di quello di un ambiente domestico più compatto, ben arredato e magari anche trattato acusticamente.

È questa una delle prestazioni più selettive per la qualità dei sistemi di riproduzione domestica ma, dall’esperienza live, si potrebbe trarre la conclusione che il miracoloso risultato consentito da certi sistemi Hi-Fi non sia tanto una soprannaturale capacità di ricostruire il realismo degli eventi dal vivo, quanto quella di saper estrarre e ricreare zoomate, dettagli, primi piani acustici, sapientemente introdotti nella registrazione e nella produzione, dosando alchemicamente suono diretto, tecnica microfonica ravvicinata e ambienza.
Un po’ come, nella ripresa televisiva di un concerto, all’immagine d’insieme dell’orchestra, un po’ statica, il regista alterna con dissolvenze il dettaglio di strumenti e strumentisti, tramite giochi di zoom o della profondità di campo ottico.
In tale ipotesi, quei dispositivi Hi-Fi che riescono a scolpire gli strumenti musicali nello spazio diventano ancor più affascinanti: non si limiterebbero a ricreare fedelmente la realtà di un evento ma si spingerebbero, grazie alle tecniche di registrazione, a proporre una “realtà aumentata“, una riproduzione iperrealistica, in grado addirittura di superare l’evento dal vivo, per intensità, per dettaglio, per completezza.
È un po’ come la differenza che passa tra assistere a un grande evento sportivo dal vivo, su spalti e tribune, oppure tramite una telecronaca, ricca di primi piani, informazioni aggiuntive in tempo reale, con tanto di backstage dalla panchina o dai box. Il tutto magari accoccolati in una comoda poltrona, di fronte a un megaschermo ad altissima definizione.
Un paradosso? Un’apologia della riproduzione Hi-Fi, superiore all’evento live?
Per carità! Non è da mettere in discussione il valore sociale di celebrare riti collettivi, di unirsi a un evento culturale dal vivo, di condividerlo con centinaia o migliaia di partecipanti di varia umanità, di sentirsi parte attiva di una comunità, tutto sommato privilegiata.
Ma quello che lascia interdetti è come, secondo facili statistiche, la maggior parte di quel pubblico elitario si neghi un decente e ortodosso sistema di riproduzione musicale domestica, o l’abbia ripudiato tempo addietro, abbandonandolo in qualche soffitta, sostituendolo con TV afone o con auricolari asettici, rinunciando a sensazioni che, per coinvolgimento, per precisione, e addirittura per completezza, possono non solo riprodurre ma anche superare la realtà, e arricchirla.
Viva l’Hi-Fi!


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